mercoledì , 22 novembre 2017
Le news di Asterischi

Buon Compleanno Stéphane Mallarmé (18/03/1842)

«STANCO DELL’OZIO AMARO…

Stanco dell’ozio amaro in cui la mia pigrizia
Offende quella gloria per cui fuggii l’infanzia
Dolcissima dei boschi di rose nell’azzurro
Naturale, e più ancora stanco del patto duro
Di scavare vegliando un rinnovato avello
Dentro l’avaro e freddo suolo del mio cervello,
Per la sterilità spietato affossatore,
- Che mai dirò, o Sogni, che mai a quest’Aurora,
Visitato da rose, se, temendo i suoi fiori
Lividi, il cimitero unirà i cavi orrori? -
Voglio lasciare l’Arte vorace di un paese
Crudele, e, sorridendo ai vecchi volti offesi
Che mostrano gli amici, il genio ed il passato,
E il lume che la mia agonia ha vegliato,
Imitare il Cinese, anima chiara e fina,
La cui estasi pura è dipinger la cima
Sopra tazze di neve rapita dalla luna
D’un fiore strano che la sua vita profuma
Trasparente, d’un fiore che egli sentì fanciullo
Innestarsi al suo cuore prezioso, azzurro nulla.
E la morte così, solo sogno del saggio,
Sereno, sceglierò un giovane paesaggio
Che sulle tazze assente la mia mano pingerà.
Una linea d’azzurro fine e tenue sarà
Un lago dentro il cielo di nuda porcellana,
Per una bianca nube una luna lontana
Immerge il lieve corno nel gelo d’acque calme,
Presso tre grandi cigli di smeraldo, le canne.»

«IL CAMPANARO

Mentre alta la campana desta la voce chiara
All’aria pura e limpida e fonda del mattino
E passa sul fanciullo che lancia una preghiera
Per essa camminando tra la lavanda e il timo,
Il campanaro avverte un uccello passare
Sul volto e biascicando latino e con la mano
Tirando tristemente la corda secolare,
Non ode che discendere un tintinnio lontano.
Io son quell’uomo. Ahimè! dalla vogliosa notte
Tiro invano la fune a suonar l’Ideale:
Freddi peccati intorno svolano, eterne ali,
E le voci mi giungono solo vuote e interrotte!
Ma un giorno infine, stanco d’aver sempre suonato,
O Satana, alla fune mi troverai impiccato.»

«BREZZA MARINA

La carne è triste, ahimè! e ho letto tutti i libri.
Fuggire là, fuggire! Io sento uccelli ebbri
D’esistere tra cieli ed ignorate spume.
O notti! né il chiarore deserto del mio lume
Sulla pagina vuota che il candore difende,
Riterrà questo cuore che al mare si protende,
Né la giovane donna che allatta ad una culla,
Né antichi parchi a specchio d’occhi pensosi, nulla.
Io partirò! Veliero dall’alta alberatura,
Salpa l’ancora verso un’esotica natura!
Un Tedio, desolato dalle speranze inani,
Crede ancora all’addio supremo delle mani!
E questi alberi forse, amici alle-tempeste,
Sono quelli perduti che il vento adesso investe,
Perduti, senza vele, né verdi isole ormai…
Ma tu, mio cuore, ascolta cantare i marinai!»

«Profetizza che se all’azzurro tiepido
D’estate verso lui nativamente
Donna mi svelo e scorge il mio pudore
Di stella abbrividente, io muoio!
Amo
L’orrore d’essere vergine, e io voglio
Vivere nel terrore che mi danno
I miei capelli, e a sera, nel mio letto,
Inviolato rettile, sentire
Nell’inutile carne della pallida
Tua chiarità il freddo scintillio,
Tu che bruci di castità, o notte
Bianca di ghiacci e di crudele neve!»

Da Erodiade

«III • (Lo Stradino)

Questi sassi tu livelli
E io, come trovatore,
Così un cubo di cervelli
Debbo aprire a tutte l’ore»

Da Canzonette

Traduzione di Adriano Guerrini, http://www.rodoni.ch/busoni/bibliotechina/mallarme.html

Nota:
Stéphane Mallamé, poeta francese, è considerato uno dei poeti più difficili da tradurre. L’importanza delle relazioni sonore tra le parole nelle sue poesie eguaglia, se non sorpassa, l’importanza dei significati tradizionali delle parole stesse. Ciò genera nuovi significati nel testo parlato che non sono evidenti alla sola lettura “mentale”. É questo l’aspetto del componimento che è impossibile rendere con la traduzione (in special modo se si tenta una fedeltà più letterale anche verso le parole), dato che sgorga dalle ambiguità inestricabilmente legate alla fonologia della lingua francese parlata. La poesia di Mallarmé è stata fonte d’ispirazione per molte opere musicali, tra cui il Prélude à l’après-midi d’un faune di Claude Debussy (1894), libera interpretazione del poema L’après-midi d’un faune (1876), che crea vigorose impressioni con l’uso di frasi sorprendenti ma isolate.

(as)

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