sabato , 29 aprile 2017
Le news di Asterischi

Buon Compleanno Sibilla Aleramo (14/08/1876)

sibilla_aleramo

« Ubbidisci al comando della tua coscienza, rispetta sopra tutto la tua dignità, madre: sii forte, resisti lontana, nella vita, lavorando, lottando. Conservati da lontano a noi; sapremo valutare il tuo strazio d’oggi: risparmiaci lo spettacolo della tua lenta disfatta qui, di questa agonia che senti inevitabile!

[…]

Perché nella maternità adoriamo il sacrificio? Donde è scesa a noi questa inumana idea dell’immolazione materna? Di madre in figlia, da secoli, si tramanda il servaggio.

È una mostruosa catena. Tutte abbiamo, a un certo punto della vita, la coscienza di quel che fece pel nostro bene chi ci generò; e con la coscienza il rimorso di non aver compensato adeguatamente l’olocausto della persona diletta. Allora riversiamo sui nostri figli quanto non demmo alle madri, rinnegando noi stesse e offrendo un nuovo esempio di mortificazione, di annientamento. Se una buona volta la fatale catena si spezzasse, e una madre non sopprimesse in sé la donna, e un figlio apprendesse dalla vita di lei un esempio di dignità? Allora si incomincerebbe a comprendere che il dovere dei genitori s’inizia ben prima della nascita dei figli, e che la loro responsabilità va sentita innanzi, appunto allora che più la vita egoistica urge imperiosa, seduttrice. Quando nella coppia umana fosse la umile certezza di possedere tutti gli elementi necessari alla creazione d’un nuovo essere integro, forte, degno di vivere, da quel momento, se un debitore v’ha da essere, non sarebbe questi il figlio?

[…]

Partire, partire per sempre. Non ricadere mai più nella menzogna. Per mio figlio più ancora che per me! Soffrire tutto, la sua lontananza, il suo oblio, morire, ma non provar mai il disgusto di me stessa, non mentire al fanciullo, crescendolo, io, nel rispetto del mio disonore! »

Da Una Donna

«Grandi occhi, radianti, buoni,
figlio, avevi stanotte nel mio sogno,
nel tuo viso d’uomo che m’è ignoto,
figlio, e a me t’accostavi e mi baciavi,
tutto era assolto in silenzio e sorriso,
un tremore una dolcezza santa
ci riunivano come all’alba tua natale
dopo che da me staccato a me ti strinsi. »

Da Grandi Occhi

« Son tanto brava lungo il giorno.
Comprendo, accetto, non piango.
Quasi imparo ad aver orgoglio
quasi fossi un uomo.
Ma, al primo brivido di viola in cielo
ogni diurno sostegno dispare.
Tu mi sospiri lontano:
<Sera, sera dolce e mia!>
Sembrami d’aver fra le dita la
stanchezza di tutta la terra.
Non son più che sguardo,
sguardo sperduto, e vene. »

Da Son tanto brava


« Te sola, fra tante ch’io son stata,
sola te non ricordo quale m’appari
in questa di me remota immagine.
Così ero? Ancora in specchi non ti miravi,
sapere non potevo se m’assomigliavi.
E or s’incontrano i nostri sguardi.
Come seria sei, piccina, e assorta,
parrebbe quasi veramente tu vedessi
quella che oggi io sono,
e in balenante prescienza vivessi
interi i settant’anni che ti attendevano,
lunghi anni e folti e gravi,
c’è nell’ovale dolce del tuo viso
come lieve, oh, lieve, alito di sgomento,
tu creaturina sana, amata, armoniosa,
così composta nella posa,
manine annodate in grembo,
piccina brava ch’io son stata
nella età remota che non ricordo.,
ma or dimmi, per quanto mai tempo
ancora occorrerà aver coraggio, dimmi,
tu che fissamente con la luce dei penosi occhi
mi guardi mi guardi mi guardi? »

Da La piccina ch’io ero mi guarda.

« Amore, silenzioso bacio, silenzioso riso, inno che il cuore ascolta e non tenta tradurre, dono unico delle sfere misteriose a noi che alla realtà del mondo doniamo innumerabilmente, […], amore, comando di vita, nel lampo di tregua, nella dolcezza trascolorante, comando di vita, unico sovrano dono a noi donatori, per i nostri poemi, per le nostre date eroiche, per le superate montagne e le scolpite idee, amore! »

Da Il Frustino

 

« In un momento
Sono sfiorite le rose
I petali caduti
Perché io non potevo dimenticare le rose
Le cercavamo insieme
Abbiamo trovato delle rose
Erano le sue rose erano le mie rose
Questo viaggio chiamavamo amore
Col nostro sangue e colle nostre lagrime facevamo le rose
Che brillavano un momento al sole del mattino
Le abbiamo sfiorite sotto il sole tra i rovi
Le rose che non erano le nostre rose
Le mie rose le sue rose »

In un momento di Dino Campana a Rina Faccio – tratto da Un viaggio chiamato amore

 

Nota:

« Sopravvissuta a tante tempeste portava ancora in sé, e imponeva agli altri, quella fermezza, quel senso di dignità ch’erano stati la vera sua forza e il suo segreto »

Eugenio Montale, 1960

« Pochi romanzi moderni io ho letti che racchiudono come questo un dramma così grave e profondo nella sua semplicità e lo rappresentano con pari arte, in una forma così nobile e schietta, con tanta misura e tanta potenza »

su Una Donna – Pirandello, 1907

Sibilla Aleramo non esiste, è una firma prima e personaggio di salotti, di scandali e pettegolezzi poi. Sibilla è libertà, luce e ombre di una vita intensa e vagabonda alla ricerca di lei, Rina, figlia dell’imprenditore Faccio, moglie di uno stupratore, madre di Walter, figlio di cui non conoscerà mai il volto adulto.

Rina Marta Felicina Faccio non vivrà a lungo, Sibilla invece sì, ben ottantatré anni di tormenti. Se la libertà ha un prezzo, quello di Sibilla sarà alto, ma pur sempre non paragonabile alla civile agonia da cui ha il coraggio di fuggire: ma che coraggio c’è nell’abbandono? E’ questa la domanda con cui dovrà sempre confrontarsi Sibilla, la stigmate impressagli dalla società e dai grandi letterati del tempo, i compagni, colleghi e amici a cui è legata la sua sopravvivenza. Sarà femminista, attivista, impegnata socialmente, scrittrice, traduttrice, redattrice, ma pur sempre la madre che abbandonò il figlio, l’articolista e protagonista di vite mondane, “il lavatoio sessuale della letteratura italiana” come la definì Prezzolini.

Tra i nomi di personaggi a lei legati si citano Giovanni Cena, Lina Poletti, Vincenzo Cardarelli, Giovanni Papini, Umberto Boccioni, Dino Campana, Salvatore Quasimodo, Franco Matacotta e tanti altri, per alcuni forse troppi altri. Dalle sue avventure Sibilla trae però linfa vitale, malata cronica d’amore si aggrappa e insieme sprona i suoi amanti e, ad oggi, la sua testimonianza epistolare e letteraria è un tesoro ben custodito alla Fondazione Istituto Gramsci, unica erede di una “piccola donna remota e ignota”.

Informazioni su Stefania Sciacca

Stefania Sciacca
Ha 22 anni e tanti sogni. Studia Medicina e Chirurgia a Catania e nella vita sa che curare è anche cospargere di miele l’orlo della tazza. E non c’è maggior dolcezza dell’arte e la letteratura.

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