mercoledì , 18 ottobre 2017
Le news di Asterischi

Buon Compleanno Sergio Corazzini (06/02/1886)

« Il mio cuore

Il mio cuore è una rossa

macchia di sangue dove

io bagno senza possa

la penna, a dolci prove

eternamente mossa.

E la penna si muove

e la carta s’arrossa

sempre a passioni nove.

Giorno verrà: lo so

che questo sangue ardente

a un tratto mancherà,

che la mia penna avrà

uno schianto stridente…

… e allora morirò. »

        ( da Dolcezze, 1904 )

« Invito

Anima pura come un’alba pura,

anima triste per i suoi destini,

anima prigioniera nei confini

come una bara nella sepoltura,

anima, dolce buona creatura,

rassegnata nei tristi occhi divini,

non più rifioriranno i tuoi giardini

in questa vana primavera oscura.

Luce degli occhi, cuore del mio cuore,

tenerezza, sorella nel dolore

rondine affranta nel mio stesso cielo,

giglio fiorito a pena su lo stelo

e morto, vieni, ho spasimato anch’io,

vieni, sorella, il tuo martirio è il mio. »

            ( da L’amaro calice, 1905 )

 « Soliloquio delle cose

… Je crois que nous sommes à l’ombre. Maeterlinck

Les choses ont leur terrible «non possumus». Hugo

Dicono le povere piccole cose: Oh soffochiamo d’ombra! Il nostro amico se ne è andato da troppo tempo: non tornerà più. Chiuse la finestra, la porta; il suo passo cadde nel silenzio del lungo corridoio in cui non s’accoglie mai sole, come nel vano delle campane immote, poi la solitudine stese il suo tappeto verde e tutto finì.

Qualche cosa in noi si schianta, qualche cosa che il nostro amico direbbe: cuore. Siamo delle vecchie vergini, chiuse nell’ombra come nella bara. E abbiamo i fiori. Egli avanti di andarsene, per sempre, lasciò sul suo piccolo letto nero delle violette agonizzanti. Disperatamente ci penetrò quel sottile alito e ci pensammo in una esile tomba di giovinetta, morta di amoroso segreto. Oh! come fu triste la perdita cotidiana inesorabile del povero profumo! E se ne andò come lui, con lui, per sempre.

Noi non siamo che cose in una cosa: imagine terribilmente perfetta del Nulla. […] »

( da Poemetti in prosa, 1906 )

« L’ultimo sogno

Io sono giunto alla città

nel mezzo del bosco.

Batto ala porta, nessuno domanda,

batto a tutte le porte

della città muta; non odo

che fontane cantare

canzoni senza ritornelli

a la Monotonia.

Io grido: «non saprò

domani tornare

per la stessa via!

Sono un fanciullo bianco

ed è fiorita per i miei capelli

una ghirlanda!

Le mie piccole mani sono pure

come quelle dei santi di cera;

amo le creature

non so che una povera preghiera».

Le fontane cantano sempre

nella città muta dei sogni.

Io mi allontano

e la mia veste bianca

se la dividono i rovi,

e la mia ghirlanda s’è mutata

in una corona di spine,

le mie piccole mani sanguinano

senza fine

e l’anima è triste come

li occhi

di un agnello che sia per morire.

E le fontane cantano

dietro le bianche porte.

Ah! sono io dunque colui

che non dormirà più

che non sognerà più

fino alla morte? »

  ( da Libro per la sera della domenica, 1906 )

 Nota:
« Entrò elegantissimo, un po’ con l’aria di entrare in scena, se ben col sincero proposito d’abbracciare un fratello mai visto: giovane d’appena vent’anni, bello, prestante, aitante e tuttavia con qualcosa di vecchio nella figura e negli sguardi errabondi, candido e insieme letterario nell’espressione… Confidava che stava per morire con una leggera effervescenza letteraria, sì che non pareva, dopo tutto, ch’egli dicesse e facesse sul serio…   ( Marino Moretti)

L’opera del poeta romano Sergio Corazzini percorre, nel corso della breve esistenza del suo autore, un cammino che la porta dalla “vita semplice delle cose” a poesia del silenzio e dell’astrazione. Questa evoluzione letteraria rispecchia fedelmente la vicenda autobiografica di un giovane poeta condannato ad un’esistenza irrimediabilmente sospesa tra la vita e la morte a causa della tubercolosi, contratta negli anni della giovinezza e che lo stroncherà a soli ventun’anni.

Il fascino saturnino di Corazzini sta nel suo essere contemporaneamente demone e martire, “poète maudit” ed eterno fanciullo, e nell’aver saputo cogliere l’illusorietà di ogni pretesa di eternità.

(mm)

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