mercoledì , 13 dicembre 2017
Le news di Asterischi

Buon Compleanno Paul Verlaine (30/03/1844)

« VERSI AUREI

L’arte non vuole lacrime e non transige,
ecco in due parole la mia poetica: è fatta
di grande disprezzo per l’uomo e di lotte
contro l’amore stridulo e la stupida noia.

So che bisogna penare per ascender la vetta
e la salita è ripida a guardarla dal basso.
Lo so, e so anche che molti poeti
hanno spalle troppo strette o polmoni fiacchi.

Così sono grandi coloro che, a dispetto dell’invidia,
avendo vinto la vita nell’aspra battaglia
ed ormai liberi dal giogo delle passioni,

mentre come un albero vegeta il sognatore
e si agitano – lamentoso ammasso – le nazioni,
si raccolgono in un egoismo di marmo. »

                        da Prèmiers vers, 1866.

« CREPUSCOLO DELLA SERA MISTICA

Il Ricordo con il Crepuscolo
rosseggia e trema sull’orizzonte ardente
della Speranza in fiamme che indietreggia
e s’ingrandisce come un recinto
misterioso dove più di una fioritura
- dalia, giglio, tulipano e ranuncolo -
si slancia su un pergolato e circola
tra la malsana esalazione
di odori grevi e caldi il cui veleno
- dalia, giglio, tulipano e ranuncolo -
annegandomi i sensi, e anima, e ragione,
mescola in un deliquio immenso
il Ricordo con il Crepuscolo. »

            da Poèmes saturniens – Paysages tristes, 1866.

« VI · IL MIO SOGNO FAMILIARE

Faccio spesso un sogno strano e penetrante,
d’una donna sconosciuta che amo e che mi ama
e che ogni volta non è proprio la stessa
ma neppure un’altra, e mi ama e mi comprende.

Sì, mi comprende, e il mio cuore, trasparente
a lei soltanto, solo per lei, ahimè! non è più
un problema, e lei sola, piangendo, sa rinfrescare
i sudori della mia fronte livida.

È bruna, bionda o rossa? – Lo ignoro.
Il suo nome? Ricordo che è dolce e sonoro
come i nomi dei nostri cari che la Vita esiliò.

Ha uno sguardo simile a quello delle statue,
e la sua voce, lontana, e calma, e grave,
ha l’inflessione delle voci amate che ora tacciono. »

            da Poèmes saturniens – Melancholia, 1866.

« III

Piange nel mio cuore
come piove sulla città;
cos’è questo languore
che mi penetra il cuore?

Dolce rumore della pioggia
a terra e sui tetti!
Oh, il canto della pioggia
per un cuore annoiato!

Piove senza ragione
in questo cuore sgomento.
Come! nessun tradimento?…
È un lutto senza ragione.

È la pena peggiore
non sapere perché
senza amore e senza odio
il mio cuore è tanto in pena! » 

            da Romances sans paroles – Ariettes oubliées, 1873.

« V

Un grande sonno nero
cade sulla mia vita:
dormite, ogni speranza,
dormite, ogni desìo!

Io non vedo più nulla,
e perdo la memoria
del male e del bene…
Oh, triste storia!

Io sono una culla
che una mano dondola
nel vuoto d’una tomba:
silenzio, silenzio! »

            da Sagesse, III, 1880.

« II · LANGUORE

Io sono l’Impero alla fine della decadenza,
che guarda passare i grandi Barbari bianchi
componendo acrostici indolenti
in aureo stile in cui danza il languore del sole.

L’anima solitaria soffre di un denso tedio.
Laggiù, si dice, lunghe battaglie cruente.
Oh, non potervi, così debole nei miei lenti desideri,
oh, non volervi fiorire un po’ quest’esistenza!

Oh, non volervi, non potervi un po’ morire!
Ah, tutto è bevuto! Batillo, hai finito di ridere?
Ah, tutto bevuto, tutto mangiato! Più nulla da dire!

Solo, una poesia un po’ sciocca da gettare nel fuoco,
solo, uno schiavo un po’ donnaiolo che vi trascura,
solo, una noia di chissà cosa che vi affligge! »

            da Jadis et naguère – Jadis – À la manière de plusieurs, 1884.

« V

Ho il furore d’amare. Il mio debole cuore è pazzo.
Non importa quando, né importa chi o dove,
che un lampo di bellezza, di virtù, di valore
splenda, subito vi si precipita, vola, si lancia,
e, nel tempo d’un abbraccio, cento volte bacia
l’essere o l’oggetto che la sua scelta insegue;
poi, quando l’illusione ha ripiegato la sua ala,
ritorna triste e solo, molto spesso, ma fedele,
e lasciando agli ingrati qualcosa di se stesso,
sangue o carne. Ma, senza più morire nel suo tedio,
presto s’imbarca per l’isola delle Chimere
e ne riporta soltanto amare lacrime
che assapora, e orribili disperazioni d’un istante,
poi s’imbarca di nuovo. […] »

            da Amour, 1888.

« LXII · A ARTHUR RIMBAUD

Mortale, angelo E dèmone, vale a dire Rimbaud,
tu meriti il primo posto in questo mio libro,
benché uno sciocco imbrattacarte t’abbia trattato da debosciato
imberbe e mostro in erba e studente ubriaco.

Le spirali d’incenso e gli accordi di liuto
segnalano il tuo ingresso nel tempio della memoria
e il tuo nome radioso canterà nella gloria,
perché mi hai amato come bisognava.

Le donne ti vedranno gran giovanotto forte,
bellissimo d’una bellezza contadina ed astuta,
molto desiderabile, di un’indolenza audace!

La storia ti ha scolpito trionfante sulla morte
e fino ai puri eccessi amante della vita,
poggiati i bianchi piedi sulla testa dell’Invidia! »

            da Dédicaces, 1894.

 « LXVI · SOGNO

Rinuncio alla poesia!
Domani sarò ricco.
Passo la mano ad altri:
chi vuole, chi vuol farmi da Sosia?

Bell’impiego! ne chiamo a testimoni
le buone ore di passeggiata
quando, rimacchiando qualche ballata
passavo le mie notti tardi e in giro.

Sotto la luna lucida e chiara
i ponti rilucevano insidiosi,
con flutti graziosi l’acqua bagnava
Parigi lieta come un cimitero.

Rinuncio a tutta questa felicità
e ai giovani lascio la mia lira!
Ragazzi, ereditate il mio delirio,
io eredito una borsa seduttrice. »

« LXVII · RISVEGLIO

Ritorno alla poesia!
La ricchezza decisamente
non vuol saperne della mia indigenza:
ed è una triste conclusione.

A me la squisita provvigione:
l’acqua chiara e pura e questo pane secco
quotidiano non senza, con,
un’arietta gentile di ribeca!

A me il letto problematico
dalle notti bianche, dai sogni neri,
a me le eterne speranze
pavoneggiate da mattino a sera!

A me l’etica e l’estetica!
Io sono il poeta famoso
che rima versi strabilianti
all’ombra di una fumosa quinquet!

Io sono l’anima scelta da Dio
per incantare i miei contemporanei
con certi rari e fini ritornelli
cantati a digiuno, o cieli sereni!

Ritorno alla poesia. »

            da Invectives, 1896.

(tutte le traduzioni sono a cura di Lanfranco Binni)

NOTA
La poesia di Paul-Marie Verlaine, nato a Metz nel 1844, costituisce un  tentativo di rendere la percezione sensoriale in una forma musicale, immateriale e astratta, alla continua ricerca di un senso profondo della felicità tra convenzioni e sregolatezza.

Nato presso una famiglia della ricca borghesia, Verlaine cresce circondato da un’atmosfera massimamente protettiva e soffocante, che lo porterà a non avere quasi alcun contatto con i coetanei. Sviluppa, così, una sensibilità esacerbata non priva di toni cupi, che con l’adolescenza si accompagna ad un’attrazione per tutto ciò che è irregolare, difforme, osceno. Nello stesso periodo fiorisce l’interesse per la poesia, vista come universo ideale in cui fuggire la realtà; i suoi primi modelli letterari sono Victor Hugo, maestro di stile e versificazione, e Charles Baudelaire, in cui egli ritrova le suggestioni e le contraddizioni dell’età moderna.

La sua intera vita è segnata dall’amore per Arthur Rimbaud, che si conclude bruscamente con il colpo di pistola con cui Verlaine, timoroso di perderlo, ferì l’amico e che gli valse il carcere.

Nella sua poesia, Verlaine rinuncia programmaticamente alla coerenza logica del discorso in favore del puro valore evocativo e fonosimbolico della parola; il lamento, lo sfogo, la confessione tipici di tanta poesia Romantica precedente cedono il passo all’arte della sfumatura.

Consapevole in prima persona del valore e della portata della sua arte, Verlaine riunisce se stesso, Rimbaud e Mallarmé sotto l’etichetta di poeti maledetti, artisti dominati dall’influenza melanconica di Saturno, definitivi superatori della tradizionale e ormai non più valida visione aulica tanto della poesia quanto del poeta stesso.

(mm)

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