giovedì , 14 dicembre 2017
Le news di Asterischi

Buon Compleanno Oriana Fallaci (29/06/1930)

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«C’era qualcosa in te, mi dicevo, che nel medesimo tempo attraeva e respingeva, struggeva e terrorizzava. Come quando si guarda dall’ultimo piano di un grattacielo e ci sembra di volare, ma insieme ci sembra di precipitare nel vuoto.

Cosa? Forse il volto. Ma no, il volto era tutt’altro che eccezionale. Di bello esso non aveva che la fronte: così alta, così vasta, d’una purezza sublime. Di interessante non aveva che gli occhi perché non erano uguali, né di taglio né di grandezza, uno era largo e uno era stretto, uno era aperto, uno semichiuso: quello largo ed aperto guardava con durezza quasi cattiva, quello stretto e semichiuso con tenerezza quasi infantile, ma insieme accendevano la luce di un bosco che brucia di notte. Il resto non impressionava gran che. […] Ci volevano i baffi, ispidi e folti, e le sopracciglia pesanti, quasi due pennellate di inchiostro, per restituire importanza a quel volto. […] No, nel fisico non vedevo proprio nulla che mi potesse innervosire o incantare. E allora? Forse la voce. Quella voce che al solo gorgogliare ciao-sei-venuta era entrata on me come una coltellata: gutturale, profonda, intrisa d’una indefinibile sensualità. Oppure l’autorevolezza con cui ti muovevi e trattavi la gente? […] La calma di chi è molto sicuro di sé e non ammette repliche a ciò che dice perché non ha dubbi su ciò che dice. Avevi tirato fuori una pipa, l’avevi caricata flemmatico, l’avevi accesa flemmatico, t’eri messo a fumarla con lunghe boccate da vecchio, e ciò sottolineava il distacco con cui rispondevi alle mie domande. Però non c’era distacco in ciò che dicevi, né c’era stato quando avevi fatto quel balzo per venirmi incontro, abbracciarmi. […] “Mi ricordi un frate brasiliano, Alekos”.
“Padre Tito de Alencar Lima”.
“Come lo sai?”.
“Lo so. Conosco la sua lettera, quella che pubblicasti. Speravo che tu facessi la medesima cosa per me”.
“Non ho mai fatto nulla per te”.
“Non importa. Ora sei qui.”
Posasti la pipa, mi afferrasti entrambe le mani, le stringesti forte bucandomi gli occhi con gli occhi. “Sei qui, ci siamo trovati”.
E fu tremendo. Perché di colpo tutto fu chiaro, e capirlo equivalse a razionalizzare il presentimento che mi aveva morso quando ero giunta ad Atene. Ammettere che in quella stanza, dinanzi all’assurdo altarino di Cristi e Madonne non si stava svolgendo soltanto una resa dei conti con le mie scelte ideali e i miei impegni morali, con ciò che tu rappresentavi o volevo che tu rappresentassi, ma anche una partita a due, l’incontro tra un uomo e una donna portati ad amarsi dell’amore più pericoloso che esista: l’amore che mischia le scelte ideali, gli impegni morali, con l’attrazione e coi sentimenti.»

Da Un uomo, Bur, Milano, 2006.

«Ogni volta che passava dinanzi allo specchio non riusciva a vincere la tentazione di ciò che al mondo la interessasse di più: se stessa. E ogni volta restava un poco delusa: quasi che la ragazza di fronte fosse un’altra persona. Si sentiva un corpo robusto, ad esempio: e invece il corpo dentro lo specchio era fragile, efebico. Si sentiva un volto eccezionale, bocca dura, naso forte, occhi fermi: e invece il volto dentro lo specchio era un volto qualsiasi, la bocca nera, il naso piccolo, gli occhi a volte così spaventati. E non si piaceva. Della ragazza dentro lo specchio le piacevano solo i capelli perché erano biondi e in essi dimenticava di appartenere a una terra dove le donne avevano capelli nero, come sua madre, non contavano nulla, come sua madre, e piangevano, come sua madre.» 

Da Penelope alla guerra, Bur, Milano, 2009.

«Stanotte ho saputo che c’eri: una goccia di vita scappata sal nulla. Me ne stavo con gli occhi spalancati nel buio e d’un tratto, in quel buio, s’è acceso un lampo di certezza: sì, c’eri. Esistevi. È stato sentirsi colpire in petto da una fucilata. Mi si è fermato il cuore. E quando ha ripreso a battere con tonfi sordi, cannonate di sbalordimento, mi sono accorta di precipitare in un pozzo dove tutto era incerto e terrorizzante. Ora eccomi qui, chiusa a chiave dentro una paura che mi bagna il volto, i capelli, i pensieri. E in essa mi perdo. Cerca di capire: non è paura degli altri. Non è paura di Dio. Io non credo in Dio. Non è paura del dolore. Io non temo il dolore. È paura di te, del caso che ti ha strappato al nulla, per agganciarti al mio ventre. Non sono mai stata pronta ad accoglierti, anche se ti ho molto aspettato. Mi son sempre posta l’atroce domanda: e se nascere non ti piacesse? E se un giorno tu me lo rimproverassi gridando “Chi ti ha chiesto di mettermi al mondo, perché mi ci hai messo, perché?”».

Da Lettera a un bambino mai nato, Rizzoli, Milano, 1981.

Nota:

A prescindere dalle sue idee personali, dalla politica, Oriana Fallaci è una delle grandi icone del giornalismo e della letteratura italiana. Il suo modo di scrivere è semplice, avvincente, commovente ma privo di patetismo. È diretto, accurato. A volte spietato. Spesso autobiografico.
È stata una donna e una scrittrice di una forza unica, e nel leggere di lei, delle sue storie il lettore non riesce a chiudere il libro fino all’ultima pagina. E all’ultima pagina qualcosa nel profondo si agita, sempre, o almeno per i tre libri sopra citati. Le sue sono storie vere. Non è solo artificio letterario. È realtà mascherata da finzione, ma il lettore lo sa, lo avverte.
Concita De Gregorio, nella prefazione a Penelope alla guerra, scrive:
«Da Oriana Fallaci, la più grande giornalista italiana del ’900 , da lei abbiamo tutti imparato in via definitiva e senza possibilità di equivoco né di ripensamento che non esiste – in questo tempo saturo di immagini e di notizie, in questo tempo di fasulla correttezza ipocrita – un altro modo di raccontare che non sia quello che mette chi scrive alla guida del racconto. Non l’obbiettività, ma l’aperta soggettività. Non la neutralità, ma la schietta e persino esibita parzialità. La narrazione dal proprio punto di vista, il proprio sguardo sulle cose. Una cifra, nel caso di Oriana un marchio. Il mondo secondo lei».

Informazioni su Serena Giorgio Marrano

Serena Giorgio Marrano
Nasce a Napoli il 5 maggio 88. Serena, solo di nome, odia le mezze misure: le sue, nel bene o nel male, sono tutte grandi passioni. Ha una lista di libri e di buoni propositi infinita. Con la testa fra le nuvole rischia di essere a volte un tantino distratta, è molto curiosa e ama il mare.

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