venerdì , 15 dicembre 2017
Le news di Asterischi

Buon Compleanno Niccolò Machiavelli (03/05/1469)

« – Chi se’ tu, che non par’ donna mortale,
di tanta grazia el ciel t’adorna e dota?
Perché non posi? e perché a’ piedi hai l’ale? -

- Io son l’Occasione, a pochi nota;
e la cagion che sempre mi travagli,
è perch’io tengo un piè sopra una rota.

Volar non è ch’al mio correr s’agguagli;
e però l’ali a’ piedi mi mantengo,
acciò nel corso mio ciascuno abbagli.

Li sparsi mia capei dinanti io tengo;
con essi mi ricuopro il petto e ‘l volto,
perch’un non mi conosca quando io vengo.

Drieto dal capo ogni capel m’è tolto,
onde invan s’affatica un, se gli avviene
ch’i’ l’abbi trapassato, o s’i’ mi volto. -

- Dimmi: chi è colei che teco viene? -
- È Penitenzia; e però nota e intendi:
chi non sa prender me, costei ritiene.

E tu, mentre parlando il tempo spendi,
occupato da molti pensier vani,
già non t’avvedi, lasso! e non comprendi

com’io ti son fuggita tra le mani. – »

Dell’occasione, tratta da I capitoli

«Mangiato che ho, ritorno nell’hosteria: quivi è l’hoste, per l’ordinario, un beccaio, un mugniaio, due fornaciai. Con questi io m’ingaglioffo per tutto dì, giocando a cricca, a triche-tach, et poi dove nascono mille contese et infiniti dispetti di parole iniuriose, et il più delle volte si combatte un quattrino, et siamo sentiti non di manco, gridare da San Casciano. Così rinvolto entra questi pidocchi traggo el cervello di muffa, et sfogo questa malignità di questa mia sorta, sendo contento mi calpesti per questa via, per vedere se la se ne vergognassi.

Venuta la sera, mi ritorno in casa, ed entro nel mio scrittoio; et in su l’uscio mi spoglio quella veste cotidiana, piena di fango et di loto, et mi metto panni reali et curiali; et rivestito condecentemente entro nelle antique corti delli antiqui uomini, dove, da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco di quel cibo che solum è mio et che io nacqui per lui; dove io non mi vergogno parlare con loro, et domandarli della ragione delle loro actioni; et quelli per loro humanità mi rispondono; et non sento per quattro ore di tempo alcuna noia, sdimenticho ogni affanno, non temo la povertà, non mi sbigottisce la morte: tucto mi transferisco in loro.»

dalla Lettera a Francesco Vettore del 10 Dicembre 1513

«Dovete adunque sapere come sono dua generazioni di combattere: l’uno con le leggi, l’altro con la forza: quel primo e’ proprio dello uomo, quel secondo e’ delle bestie: ma, perché el primo molte volte non basta, conviene ricorrere al secondo. Pertanto, a uno principe e’ necessario sapere bene usare la bestia e l’uomo. […] se non che bisogna a uno principe sapere usare l’una e l’altra natura; e l’una sanza l’altra non e’ durabile. »

da Il Principe, Capitolo XVIII

« Non di manco, perché el nostro libero arbitrio non sia spento, iudico potere essere vero che la fortuna sia arbitra della metà delle azioni nostre, ma che etiam lei ne lasci governare l’altra metà, o presso, a noi. Et assomiglio quella a uno di questi fiumi rovinosi, che, quando s’adirano, allagano è piani, ruinano li arberi e li edifizii, lievono da questa parte terreno, pongono da quell’altra: ciascuno fugge loro dinanzi, ognuno cede allo impeto loro, sanza potervi in alcuna parte obstare. E, benché sieno cosí fatti, non resta però che li uomini, quando sono tempi quieti, non vi potessino fare provvedimenti, e con ripari et argini, in modo che, crescendo poi, o andrebbono per uno canale, o l’impeto loro non sarebbe né si licenzioso né si dannoso. Similmente interviene della fortuna: la quale dimonstra la sua potenzia dove non è ordinata virtù a resisterle, e quivi volta li sua impeti, dove la sa che non sono fatti li argini e li ripari a tenerla. E se voi considerrete l’Italia, che è la sedia di queste variazioni e quella che ha dato loro el moto, vedrete essere una campagna sanza argini e sanza alcuno riparo »

da Il Principe, Capitolo XXV

«Iddio vi salvi, benigni uditori,
quando e’ par che dependa
questa benignità da lo esser grato.
Se voi seguite di non far romori,
noi vogliàn che s’intenda
un nuovo caso in questa terra nato.
Vedete l’apparato,
qual or vi si dimostra:
quest’è Firenze vostra,
un’altra volta sarà Roma o Pisa

[…]

scusatelo con questo, che s’ingegna
con questi van pensieri
fare el suo tristo tempo più suave,
perch’altrove non have
dove voltare el viso;
ché gli è stato interciso
mostrar con altre imprese altra virtue,
non sendo premio alle fatiche sue  »

dal Prologo della Mandragola

Nota

Niccolò Macchiavelli (1469 – 1527) è uno dei protagonisti della letteratura che viene più spesso citato senza che ci sia dietro una reale conoscenza delle sue opere. Lo “scandalo” dellle sue creazioni è da attribuire ad una visione estremamente moderna della politica e alla volontà di essere protagonista della storia del suo tempo, senza risparmiarsi o arretrare. Nessuno più di Machiavelli ha a cuore la sua città, la sua Italia. E tutto questo traspare nella forza della sua scrittura, nella sua voglia di conoscere e interpretare la realtà che lo circonda. Dietro questa personalità così complessa, si nasconde comunque un cultore della letteratura e del mondo classico (di matrice latina). L’impegno di quest’uomo è di natura prettamente letteraria tanto che la sua produzione spazia dai sonetti alle commedie, da favole pastorali a canti carnascialeschi. Letterato e politico si fondono in un’unica figura, facendo di lui il prototipo dello scrittore impegnato che sogna di poter cambiare le cose con la potenza delle proprie idee e parole. La fiducia nell’uomo è più grande di qualsiasi delusione politica.

(rb)

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