lunedì , 21 agosto 2017
Le news di Asterischi

Buon Compleanno Mary Shelley (30/08/1797)

 

« Ogni cosa deve avere un inizio, per dirla con Sancho, e questo inizio deve essere legato a qualcos’altro che viene prima. Gli Indu hanno posto il mondo su un elefante ma hanno messo l’elefante su una tartaruga. L’invenzione, bisogna ammetterlo con umiltà, non consiste nel creare dal nulla, ma dal caos. Prima di tutto si deve trovare il materiale; noi possiamo dar forma a una sostanza oscura e inerte, ma non possiamo creare la sostanza stessa. In tema di scoperte e di invenzioni, anche quelle che appartengono al regno dell’immaginazione, torniamo continuamente alla storia di Colombo e dell’uovo. L’invenzione consiste nella capacità di cogliere le possibilità di un soggetto e nel saper dar forma e attrattiva alle idee che contiene in sé.»

Mary Shelley dall’introduzione di Frankenstein, 1831

« Un essere umano in possesso di tutte le sue facoltà dovrebbe sempre mantenere serena la mente e non permettere alle passioni o a desideri transitori di sconvolgerla. Neppure la ricerca della conoscenza può sfuggire a questa regola. Se lo studio al quale ci si dedica tende ad affievolire i nostri affetti, a distruggere i piaceri semplici che nulla può inquinare, allora quello studio è di certo malsano, indegno della natura umana. Se questa regola venisse osservata, se nessun uomo permettesse ai propri progetti di interferire con la serenità degli affetti familiari, la Grecia non sarebbe stata sottomessa, Cesare avrebbe risparmiato la sua patria, l’America sarebbe stata scoperta in modo più graduale e gli imperi del Messico e del Perù non sarebbero stati distrutti.»

da Frankenstein

«Non temete che divenga strumento di qualche crimine in futuro. Il mio destino è compiuto. Non occorre né la vostra morte né quella di altri per mettere fine alla mia esistenza e per fare ciò che deve essere fatto. Solo la mia è necessaria. Non crediate che tarderò a compiere il sacrificio. Lascerò la vostra nave e, sulla zattera di ghiaccio che mi ha portato fin qui, punterò all’estremità più settentrionale del globo; costruirò la mia bara funebre e brucerò fino alla cenere questo corpo miserevole, così che i suoi resti non siano di aiuto a qualche altro disgraziato curioso e sacrilego che voglia creare un altro essere come me. Morirò. Non sentirò più le angosce che mi corrodono. Non sarò più preda dell’ansia inquieta che non mi lascia pace e che non si spegne mai. Chi mi ha creato è morto. Quando non ci sarò più, perfino il ricordo di noi due svanirà. Non vedrò più il sole e le stelle, né sentirò il vento scherzare sulle mie gote. Luce, passioni, sensazioni: sparirà tutto. Nel nulla troverò la mia felicità. Qualche anno fa, quando le immagini che questo mondo offre mi apparvero per la prima volta, quando sentii il calore lieto dell’estate, le foglie che frusciavano, gli uccelli che cantavano, e questo era tutto per me, io avrei pianto al pensiero della morte. Ora è la mia consolazione. Lordato di colpe, lacerato dai rimorsi più amari, dove posso trovare riposo se non nella morte?»

da Frankenstein

« La prossima estate – disse Adrian quando partimmo per tornare a Windsor – sancirà il destino della razza umana. Fino a quel giorno però non darò tregua ai miei sforzi.»

da L’Ultimo Uomo

 

Nota:

In principio fu Galvani la scintilla, poi l’energia, l’elettricità biologica, si lanciò di neurite in dendrite, balzò tra i nodi lungo i nervi e sconvolse i muscoli: e fu brivido lungo la schiena, emozione malata in grado di scatenare il contatto, accendere la lampadina, il motore che, letteralmente, letterariamente, diede vita al frutto del moderno Prometeo di Mary Shelley. Scavando però tra i sepolcri da cui fu riesumato pezzo per pezzo il “mostro”, conosciamo una Mary riflessiva, una figlia d’arte riformista dall’animo buono ma combattuto: da un lato l’anarchismo del padre tanto amato, poi l’impegno politico e civile degli scritti della madre mai conosciuta, e ancora l’idealismo e la filantropia di Percy, tutte grandi ideologie corrotte dal Fato che li vede ad uno ad uno soccombere al suo volere. Mary Wollstonecraft Godwin in Shelley, tuttavia, pare non voler mai rinunciare alla vita e, mentre tutti le scivolano tra le mani lasciandole l’amarezza di moglie, madre, sorella sfumata, continua a far vivere se stessa e i suoi cari nelle sue opere, nelle biografie, curando le opere del marito e alimentando, contro ogni aspettativa, la speranza:  la sua educazione sfida la sorte e fa della Metamorfosi il suo credo poiché l’uomo, come le sue stesse forme, può mutare il suo destino e, a dispetto della morte che aleggia nella sua vita come nei romanzi, dallo stesso Frankenstein al più improbabileImmortale Mortale, ci dimostra che anche nella più apocalittica delle tragedie può realizzarsi la salvezza dell’Ultimo Uomo.

(ss)

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