mercoledì , 23 agosto 2017
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Buon compleanno Maria Messina (14/03/1887)

«Quanti anni di lavoro, quanti sacrifici aveva sostenuto! L’intera giovinezza sacrificata alla famiglia era passata senza che un solo pensiero egoista l’avesse inasprita, un solo pensiero impuro l’avesse intorbidita. Aveva sempre lavorato lietamente per i suoi fratelli aspettando con la fiducia di una mamma di vederli a posto parendole questo il sogno più bello, la ricompensa più gloriosa delle sue fatiche. Aveva sempre incoraggiato gli altri; e i parchi desinati le eran sembrati veri pranzi, e aveva portato i vestiti di sei anni avanti con lo stesso piacere come se fossero stati nuovi. Ma da qualche tempo non sapeva più dove attinger nuova forza. Il suo animo era sconvolto, si sentiva inquieta, alcuni giorni, inquieta al segno da soffrirne. E guardandosi allo specchio, prima di uscire, le saliva su fino agli occhi l’amaro rimpianto della giovinezza forte e serena, di cui cominciava ad avvedersi solo ora che andava via poco a poco insieme alla dolcezza dello sguardo, al rigoglio del corpo, alla freschezza della carnagione. La casa le sembrava troppo grande, troppo fredda, e a volte l’assaliva una sorta irritazione contro le infermità della madre e l’eterna tristezza di Maria. Sentiva un vuoto intorno a sé, come uno che ha perduto qualche cosa di vitale. E quand’era chiusa nella scuola, fra le sue bambine, che fra una lezione e l’altra cinguettavano come cingallegre, la prendeva con violenza un’ardente, insaziabile voglia dell’aria libera, del cielo aperto. »

«“Sono stanco, Rosaliuccia” aggiunse con dolore.

“Hai ragione papà. Ma hai messo a posto i tuoi figli”.

“A posto! Ma se ti dico che Prospero torna, e per tornare ha bisogno di denaro! E poi ci sarà il concorso, il viaggio a Roma. E se il concorso fallisce? E l’ipoteca sulla casa…e il conto con Li Gregni? Non ha finiremo più”.

“Proprio così. Non la finiremo più”.

Il vecchio si cacciò le mani in tasca e la guardò sbigottito. Rosalia, che gli aveva fatto sempre coraggio, era per la prima volta abbattuta.

“Rosalia” mormorò “che brutta sorte è la nostra…”

Rosalia taceva. Più che mai era rientrata nella miseria della famiglia, in quella miseria, dignitosamente celata, inguaribile. Quando sarebbe cessato il bisogno del momento? E Maria? Le sorelline minori, i genitori vecchi?

Entrò a scuola senza guardare il padre: ma voltandosi, vedendolo allontanare curvo e accasciato, sentì un pungente rimorso. Avrebbe voluto poter tornare indietro per dirgli una parola di conforto, una di quelle buone parole che, povero vecchio, gli facevano brillare gli occhi di lacrime dietro le lenti appannate. »

Casa paterna, Pettini fini e altre novelle

 

«Il maresciallo, per liberarsi da quella noia, lo fece arrestare sotto l’accusa di avere simulato un furto.[…] Le vicine mormoravano: “Hanno portato Solo-Pane a San Francesco.»

Solo-pane,Il guinzaglio

 

 

«L’interesse per la scrittura di Maria Messina è legato al fatto che il suo prendere parola avviene in un tempo in cui, sia pure con intenzioni e sfumature diverse, quasi in una scansione cronologica, positivismo, futurismo, fascismo sembrano concordare nel sottolineare la subalternità della donna, caricata del negativo degli elementi propri della natura, e che si riscatta solo nella missione materna, la quale costituisce l’elemento di continuità fra Ottocento e Novecento. »

Anna Maria Bonfiglio, Maria Messina: il silenzio della donna si fa parola

 

Nota:

Nota scrittrice siciliana di fine ottocento, Maria Messina, fu riscoperta dalla critica molti anni dopo la sua scomparsa, grazie al collega Leonardo Sciascia che ne aveva rilanciato la notorietà.

Palermitana di nascita, trascorre l’infanzia e l’adolescenza nell’entroterra messinese, dove si dedica alla scrittura di romanzi e racconti. Importante per la sua produzione la corrispondenza epistolare con l’amico Giovanni Verga, l’unico che promosse l’attività artistica dell’autrice.

Una letteratura al femminile, quella di Maria Messina, che denuncia insistentemente la condizione della donna meridionale nel contesto di una società arcaica e diffidente.  In una mentalità così radicata in cui le donne esistono in quanto madri e mogli, il romanzo della Messina, è la voce che diventa sostanza e che rappresenta un’intera classe sociale, quella delle donne, appunto.

(mc)

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