giovedì , 14 dicembre 2017
Le news di Asterischi

Buon Compleanno Ludovico Ariosto (08/09/1474)

1
«Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori,
le cortesie, l’audaci imprese io canto,
che furo al tempo che passaro i Mori
d’Africa il mare, e in Francia nocquer tanto,
seguendo l’ire e i giovenil furori
d’Agramante lor re, che si diè vanto
di vendicar la morte di Troiano
sopra re Carlo imperator romano.

2
Dirò d’Orlando in un medesmo tratto
cosa non detta in prosa mai, né in rima:
che per amor venne in furore e matto,
d’uom che sì saggio era stimato prima;
se da colei che tal quasi m’ha fatto,
che ‘l poco ingegno ad or ad or mi lima,
me ne sarà però tanto concesso,
che mi basti a finir quanto ho promesso.»

[…]

5
«Orlando, che gran tempo innamorato
fu de la bella Angelica, e per lei
in India, in Media, in Tartaria lasciato
avea infiniti ed immortal trofei,
in Ponente con essa era tornato,
dove sotto i gran monti Pirenei
con la gente di Francia e de Lamagna
re Carlo era attendato alla campagna,

6
per far al re Marsilio e al re Agramante
battersi ancor del folle ardir la guancia,
d’aver condotto, l’un, d’Africa quante
genti erano atte a portar spada e lancia;
l’altro, d’aver spinta la Spagna inante
a destruzion del bel regno di Francia.
E così Orlando arrivò quivi a punto:
ma tosto si pentì d’esservi giunto:

7
Che vi fu tolta la sua donna poi:
ecco il giudicio uman come spesso erra!
Quella che dagli esperi ai liti eoi
avea difesa con sì lunga guerra,
or tolta gli è fra tanti amici suoi,
senza spada adoprar, ne la sua terra.
Il savio imperator, ch’estinguer volse
un grave incendio, fu che gli la tolse. »

Orlando Furioso, CANTO I

1
«Chi va lontan da la sua patria, vede
cose, da quel che già credea, lontane;
che narrandole poi, non se gli crede,
e stimato bugiardo ne rimane:
che ‘l sciocco vulgo non gli vuol dar fede,
se non le vede e tocca chiare e piane.
Per questo io so che l’inesperienza
farà al mio canto dar poca credenza. »

Orlando Furioso, CANTO VII

«La donna, cominciando a disarmarsi,
s’avea lo scudo e dipoi l’elmo tratto;
quando una cuffia d’oro, in che celarsi
soleano i capei lunghi e star di piatto,
uscì con l’elmo; onde caderon sparsi
giù per le spalle, e la scopriro a un tratto
e la feron conoscer per donzella,
non men che fiera in arme, in viso bella.

Quale al cader de le cortine suole
parer fra mille lampade la scena,
d’archi e di più d’una superba mole,
d’oro e di statue e di pitture piena;
o come suol fuor de la nube il sole
scoprir la faccia limpida e serena:
così, l’elmo levandosi dal viso,
mostrò la donna aprisse il paradiso»

Orlando Furioso, canto XXXII

«Che s’al mio genitor, tosto che a Reggio

Daria mi partorì, facevo il giuoco

15 che fe’ Saturno al suo ne l’alto seggio,

sì che di me sol fosse questo poco

ne lo qual dieci tra frati e serocchie

è bisognato che tutti abbian luoco,

la pazzia non avrei de le ranocchie

20 fatta già mai, d’ir procacciando a cui

scoprirmi il capo e piegar le ginocchie.

Ma poi che figliolo unico non fui,

né mai fu troppo a’ miei Mercurio amico,

e viver son sforzato a spese altrui;

25 meglio è s’appresso il Duca mi nutrico,

che andare a questo e a quel de l’umil volgo

accattandomi il pan come mendico. »

SATIRA III,  VV. 13-27

Nota:

Ludovico Ariosto è di certo uno dei massimi autori italiani di tutti i tempi. Intellettuale di corte, utilizza esperienze del quotidiano da narrare nelle sue opere – forse per questo, a secoli di distanza, è ancora molto attuale. La sua produzione vastissima comprende commedie, satire e, impossibile da non citare, il poema cavalleresco L’Orlando furioso.

(fg)

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