giovedì , 14 dicembre 2017
Le news di Asterischi

Buon Compleanno Leonardo Sciascia (08/01/1921)

«Una terra difficile da governare perché difficile da capire. Difficile da capire non soltanto nella natura dei suoi abitanti, contraddittoria ed estrema, ma anche nei suoi istituti giuridici, nel giuoco complessivo delle giurisdizioni, di privilegi e di immunità.»

«L’insicurezza è la componente primaria della storia siciliana; e condiziona il comportamento, il modo di essere, la visione della vita – paura,apprensione, diffidenza, chiuse passioni, incapacità di stabilire rapporti al di fuori degli affetti, violenza, pessimismo, fatalismo – della collettività e dei singoli. La famiglia è l’unico istituto veramente vivo nella coscienza del siciliano: ma vivo più come drammatico nodo contrattuale, giuridico, che come aggregato naturale e sentimentale. La famiglia è lo Stato del siciliano. Dentro quell’istituto che è la famiglia, il siciliano valica il confine della propria naturale e tragica solitudine e si adatta, in una sofisticata contrattualità di rapporti, alla convivenza.»

Da Sicilia e sicilitudine; La corda pazza, 1970

«C’è stato un progressivo superamento dei miei orizzonti, e poco alla volta non mi sono più sentito siciliano, o meglio, non più solamente siciliano. Sono piuttosto uno scrittore italiano che conosce bene la realtà della Sicilia, e che continua a essere convinto che la Sicilia offre la rappresentazione di tanti problemi, di tante contraddizioni, non solo italiani, ma anche europei, al punto da poter costituire la metafora del mondo odierno. Date queste condizioni, sono ancora una scrittore siciliano? E che cos’è uno scrittore? Da parte mia, ritengo che lo scrittore sia un uomo che vive e che fa vivere la verità, che estrae dal complesso il semplice, che sdoppia e raddoppia- per sé e per gli altri- il piacere di vivere. Anche quando rappresenta terribili cose.»

«Sì, ci credo. Nella ragione, nella libertà e nella giustizia che sono, insieme, ragione (ma guai a separarle). Credo si possa realizzare, anche se non perfettamente, un mondo di libertà e di giustizia. Ma la storia dell’uomo è tutta una storia di sconfitte: sconfitte della ragione, sconfitte degli uomini ragionevoli. Anche la mia è una storia di sconfitte. O , più dimessamente, di delusioni. Da ciò lo scetticismo: che non è, in effetti, l’accettazione della sconfitta, ma il margine di sicurezza, di elasticità, per cui la sconfitta – già prevista, già ragionata – non diventa definitiva e mortale. Lo scetticismo è salutare. Lo scetticismo io lo vedo come la valvola di sicurezza della ragione. E così il pessimismo, di cui tanto si parla a mio carico. Come mi si può accusare di pessimismo se la realtà è pessima?»

 Da La Sicilia come metafora, 1973

«La menzogna è più forte della verità. Più forte della vita. Sta alle radici dell’essere, frondeggia al di là della vita. In effetti ogni società genera il tipo d’impostura che, per così dire, le si addice. E la nostra società è di per sé impostura, impostura giuridica, letteraria, umana…Umana, sì: addirittura dell’esistenza.»

Da Il consiglio d’Egitto, 1963

«Ho cominciato a scrivere perché amavo scrivere. E’ stato dapprima un amore agli strumenti dello scrivere; la carta, le penne, le matite, l’inchiostro. Era un amore così sensuale per quegli strumenti, che ricordo perfino il sapore dell’inchiostro che il bidello veniva a versare nei calamai chiodati ai banchi. Forse me lo bevevo l’inchiostro…E che cosa meravigliosa era scrivere! Vedere una cosa, avere un pensiero, e metterlo in scrittura, fermarlo nella scrittura».

Da La palma va al Nord, 1982

Nota:

Rappresentante emblematico della migliore narrativa italiana del secondo dopoguerra, osservatore spietato ed implacabile della propria realtà, “artista conoscitivo”, Leonardo Sciascia ha scritto per più di trent’anni, instancabilmente. Animato dalla propria volontà di denuncia, scrittore prima di tutto “engagé”, egli è riuscito ad esprimersi attraverso molteplici generi letterari, così che la sua vastissima produzione vanta la compresenza di poesie e lavori teatrali, di “pamphlets” e romanzi, di inchieste storiche e “contes philosophiques”, di saggi e lunghi racconti. Narratore “impuro”, egli ha anche composto libri “gialli”, le pagine dei quali sono animate dal tragico confronto con le occulte forze del potere ( si va dal realismo siciliano de “il giorno della civetta”, alla rappresentazione metafisico-politica di “Todo modo”, fino a quella perfino intimamente esistenziale de “Il cavaliere e la morte”). Da sempre votato alla “detection”, come “detection” Sciascia ha costruito molte sue opere: inconsueto detective, ha inquisito il reale, ha frugato nella storia dell’uomo per tentare di svelarne i misteri. Degno erede di Pirandello, egli sapeva che la verità non coincide mai con l’apparenza, sapeva che essa si cela dietro una forma e che è oltre la forma che bisogna guardare per scoprire l’ “impostura” dell’uomo. Molti dei suoi libri appaiono così delle piccole “enquetes”, nate da un’incessante esigenza di cercare dove altri non hanno mai cercato, per tentare di dire quello che altri non hanno mai detto: e così il “filologo” Sciascia, emulo di Voltaire, Diderot, Manzoni e Stendhal, è riuscito a decifrare le angosce di Majorana, la nevrosi di Raymond Roussel, il rigore morale del vescovo di Patti, le paure di Aldo Moro. Alla Sicilia, infine, va ricondotta molta parte della produzione dello scrittore di Racalmuto: siciliano, ha fatto tesoro della sua esperienza, della sua identità di uomo del Sud. Cresciuto tra contadini e zolfatari, ha maturato una profonda conoscenza della sua terra e per essa, indignato, ha levato la sua denunzia: della Sicilia e della “sicilitudine” la sua opera è, dunque, rappresentazione, ritratto, di una Sicilia che si fa presto a riconoscere come “metafora” .

Silvana La Pinta, insegnante  di lettere

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