lunedì , 21 agosto 2017
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Buon Compleanno Immanuel Kant (22/04/1724)

«Non c’è dubbio che ogni nostra conoscenza incomincia con l’esperienza; da che infatti la nostra facoltà conoscitiva sarebbe altrimenti stimolata al suo esercizio, se ciò non avvenisse per mezzo degli oggetti che colpiscono i nostri sensi e, per un verso, danno origine da sé a rappresentazioni, per un altro, muovono l’attività del nostro intelletto a paragonare queste rappresentazioni, a riunirle o separarle, e ad elaborare per tal modo la materia greggia delle impressioni sensibili per giungere a quella conoscenza degli oggetti, che chiamasi esperienza? Nel tempo, dunque, nessuna conoscenza in noi precede all’esperienza, e ogni conoscenza comincia con questa.»

Incipit della Critica della ragion pura

«Due cose riempiono l’animo di ammirazione e venerazione sempre nuova e crescente, quanto più spesso e più a lungo la riflessione si occupa di esse: il cielo stellato sopra di me, e la legge morale in me. Queste due cose io non ho bisogno di cercarle e semplicemente sup­porle come se fossero avvolte nell’oscurità, o fossero nel trascendente, fuori del mio orizzonte; io le vedo davanti a me e le connetto immediatamente con la coscienza della mia esistenza. La prima comincia dal posto che io occupo nel mondo sensibile esterno, ed estende la connessione in cui mi trovo, a una grandezza interminabile, con mondi e mondi, e sistemi di sistemi; e poi ancora ai tempi illimi­tati del loro movimento periodico, del loro principio e della loro durata. La seconda comincia dal mio io invisi­bile, dalla mia personalità, e mi rappresenta in un mondo che ha la vera infinitezza, ma che solo l’intelletto può penetrare, e con cui (ma perciò anche in pari tempo con tutti quei mondi visibili) io mi riconosco in una connes­sione non, come là, semplicemente accidentale, ma uni­versale e necessaria. Il primo spettacolo di una quantità innumerevole di mondi annulla affatto la mia importanza di natura animale che deve restituire nuovamente al pianeta (un semplice punto nell’universo) la materia della quale si formò, dopo essere stata provvista per breve tempo (e non si sa come) della forza vitale. Il secondo, invece, eleva infinitamente il mio valore, come [valore] di una intelligenza, mediante la mia personalità in cui la legge morale mi manifesta una vita indipendente dall’animalità e anche dall’intero mondo sensibile, almeno per quanto si può inferire dalla determinazione conforme a fini della mia esistenza mediante questa legge: la quale determina­zione non è ristretta alle condizioni e ai limiti di questa vita, ma si estende all’infinito.»

Dalla conclusione della Critica della ragion pratica

«Il bello si accorda col sublime in questo, che entrambi piacciono per se stessi. Inoltre, entrambi non presuppongono un giudizio dei sensi né un giudizio determinante dell’intelletto ma un giudizio di riflessione [...] Ma saltano agli occhi anche differenze considerevoli. Il bello della natura riguarda la forma dell’oggetto, la quale consiste nella limitazione; il sublime invece si può trovare anche in un oggetto privo di forma, in quanto implichi o provochi la rappresentazione dell’illimitatezza, pensata per di più nella sua totalità [...] Tra i due tipi di piacere c’è inoltre una notevole differenza quanto alla specie: mentre il bello implica direttamente un sentimento di agevolazione e di intensificazione della vita, e perciò si può conciliare con le attrattive e con il gioco dell’immaginazione, il sentimento del sublime invece è un piacere che sorge solo indirettamente, e cioè viene prodotto dal senso di un momentaneo impedimento, seguito da una più forte effusione delle forze vitali, e perciò, in quanto emozione, non si presenta affatto come gioco, ma come qualcosa di serio nell’impiego dell’immaginazione. Quindi il sublime non si può unire ad attrattive; e poiché l’animo non è semplicemente attratto dall’oggetto, ma alternativamente attratto e respinto, il piacere dei sublime non è tanto una gioia positiva [...] merita di essere chiamato un piacere negativo.»

Estratto da Critica del Giudizio

Nota:

Immanuel Kant è stato un filosofo tedesco, considerato una chiave di volta nello sviluppo della filosofia contemporanea. Il suo pensiero – vasto voluminoso e complesso – porta la ragione di fronte al tribunale dell’uomo, attuando una rivoluzione filosofica che permette il superamento della metafisica dogmatica. Le sue tre critiche (ragion pura, ragion pratica, giudizio) costituiscono passaggio ineludibile per l’approccio a tutti i campi del sapere. Di grande spessore i suoi studi sul diritto e sulla costituzione dello stato repubblicano, ben lontani dall’ammirazione assai diffusa all’epoca per i sovrani “illuminati”.

«Quel che è però evidente, non solo in Germania, e non solo nella reinvenzione dell’etica, è che il dopo-Kant definisce ancora lo spazio filosofico contemporaneo. In questo senso la rivoluzione kantiana non è ancora compiuta. Così nella filosofia, e nella sua storia, Kant segna uno spartiacque. C’è un prima e un dopo Kant. Quel che non è più pensabile dopo Kant è, banalmente, quel che si pensava prima di lui. Anzitutto non è più pensabile l’empirismo che, già all’epoca di Kant, rivendicava lo statuto di filosofia prima accusando la ragione di girare a vuoto, tra chimere e finzioni. E tanto meno è pensabile la metafisica tradizionale, la forma più rigorosa di filosofia che, intesa come sapere dei principi e dei fondamenti, si identifica con la scienza. Ma già prima di Kant la metafisica comincia ad apparire destituita di senso. Mentre nel sonnambulismo i dogmatici continuano a redigere trattati metafisici, si affermano le scienze sperimentali che vogliono soppiantare quella «scienza filosofica» che non ha più motivo d’essere. A rischio non è solo la metafisica, ma la filosofia e l’idea stessa di filosofia. Proprio questo è il rischio che vede Kant, perché la sostituzione empirista equivale alla destituzione del sapere filosofico. La filosofia è a un bivio: o si trasforma in scienza sperimentale oppure finisce nella ridondanza analitica. È qui che Kant interviene. E «decostruisce» la metafisica – la decostruzione di oggi è una sorta di riscrittura della «Dialettica» kantiana – proponendo di sostituire il programma orgoglioso di una ontologia con un progetto più modesto di una «metafisica» umana della natura e dei costumi: cioè di una filosofia che, senza pretendere più di essere scienza, scoprendo la propria umanità, scopre anche i propri limiti. È vero che Kant umilia la ragione. Ma se lo fa è per evitare che si lasci ingannare dalle proprie illusioni e per mostrarle la sua destinazione etica. Perché nell’uomo la razionalità è in funzione della finitezza. Più l’uomo si riconosce finito, più ammette i propri limiti, più è ragionevole.»

I limiti della ragione duecento anni dopo la morte di Kant, Donatella Di Cesare

«Nelle tre “Critiche” infatti Kant si prefisse di elaborare un unico disegno di pensiero, propriamente una filosofia “trascendentale”, quale propria originale metafisica. Per capire il senso trascendentale conferito da Kant alla metafisica, non è sufficiente richiamarsi al significato di trascendentale proprio alla filosofia medievale, nella quale almeno il termine è sorto, in riferimento al trascendimento degli stessi classici “generi sommi” o “categorie” del pensiero e dell’essere, da parte di certe proprietà comuni a ogni ente: ente, cosa, uno, qualcosa, buono, vero, bello. Kant intende critica nel senso originario greco, cioè di giudizio, esame pubblico operato da un tribunale e sottopone la ragione a una critica, a un esame dei suoi diritti e delle sue facoltà, operata dalla ragione stessa. Kant opera questa svolta, denominata una rivoluzione copernicana nel pensiero (benché rintracciabile almeno già in Socrate), per la quale proprio perché la ragione ragiona su se stessa, cogliendo i propri limiti e le proprie funzioni, è possibile un giudizio equo, universale, non soggetto a prevaricazioni di una parte sull’altra. La critica della ragione conduce dunque all’elaborazione di un sapere universale, a priori, senza ricorrere all’esperienza concreta, ai casi sempre singolari, relativamente alle nostre possibilità di conoscere la natura, di agire moralmente, nonché di accordare le esperienze, fatte necessariamente, con le finalità liberamente poste dalla ragione: in esse comprese le realtà classicamente metafisiche dell’immortalità dell’anima e dell’esistenza di Dio, oltre che la libertà dell’uomo. A uno sguardo sintetico e complessivo sulle tre “Critiche” appare che, se per salvare la moralità e lasciar spazio alla fede Kant ha dovuto limitare il sapere – come lui stesso afferma -, egli comunque ha reso maggiormente universale il conoscere, riuscendo anche a proporre nel “senso comune” del giudizio estetico una possibile via di accordo non solo fra libertà e natura, ma anche fra differenti prospettive e persone concrete di una stessa umanità comune.»

Kant, tre critiche in un colpo solo per una svolta copernicana, Francesco Tomatis

(rrb)

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