domenica , 20 agosto 2017
Le news di Asterischi

Buon Compleanno Herta Müller (17/08/1953)

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« Nella vita c’è un tempo delle poesie per tutti »

Herta Müller

 

« Sono convocata. Giovedì alle dieci in punto.

Vengo convocata sempre più spesso: martedì alle dieci in punto, sabato alle dieci in punto, mercoledì o lunedì. Come se gli anni fossero una settimana, mi stupisco che dopo la tarda estate già ritorni l’inverno.

[…]Da quando vengo convocata, separo la vita dalla felicità. Quando vado all’interrogatorio devo lasciare a casa la felicità fin dal principio.

La lascio nel viso di Paul, intorno ai suoi occhi, alla sua bocca, sui peli ispidi della sua barba. Se fosse possibile vederla, sarebbe il viso di Paul con qualcosa di trasparente che lo copre. Ogni volta che devo andare vorrei restare a casa, come la paura che non posso togliere a Paul. Come la mia felicità che ho lasciato lì quando me ne sono andata. Lui non lo sa, non riuscirebbe a sopportare che la mia felicità si affidi alla sua paura. Ma sa quel che si vede, e cioè che quando sono convocata indosso sempre la camicetta verde e mangio una noce. »

Da Oggi avrei preferito non incontrarmi

 

«Si votò per espellere Lola dal Partito e per cancellarla dal registro del collegio.

L’insegnante di ginnastica alzò la mano per primo. E tutte le mani lo seguirono in volo.

Ognuno, alzando il braccio, esaminò le braccia alzate degli altri. Se il proprio braccio nell’aria non era alto quanto quello degli altri, qualcuno allungava il gomito ancora un po’. Tesero le mani verso l’alto, finché le dita stanche non caddero in avanti e i gomiti pesanti non tirarono verso il basso. Si guardarono intorno e, poiché nessuno abbassava il braccio, raddrizzarono le dita e sollevarono il gomito. Si videro le macchie di sudore sotto le ascelle, gli orli delle camicie e delle camicette fuoriuscivano. I colli erano tesi, le orecchie rosse, le labbra semiaperte. Le teste non si muovevano, ma gli occhi giravano di qua e di là.

Tutti quelli che camminano per queste strade, pensai tra me l’indomani in città, sarebbero volati sopra la cavallina nell’aula magna, al segnale dell’insegnante di ginnastica. Tutti avrebbero raddrizzato le dita, allungato i gomiti e, nel silenzio, girato gli occhi di qua e di là.

[…]I libri della casa estiva venivano contrabbandati in paese. Erano scritti nella madrelingua in cui il vento si coricava. Non la lingua ufficiale del paese. Ma nemmeno una lingua infantile proveniente dai paesi. Nei libri si trovava la madrelingua, ma il silenzio del paese che vieta il pensiero nei libri non c’era. Credevamo che là, da dove provenivano i libri, tutti pensassero. Annusavamo i fogli e ci scoprivamo con l’abitudine di annusare le nostre mani. Ci meravigliavamo che, leggendo, le mani non diventassero nere come con l’inchiostro da stampa dei giornali e dei libri pubblicati nel paese.»

Da Il paese delle prugne verdi

 

«La felicità è qualcosa di improvviso.

Io conosco la felicità della bocca e quella della mente.

La felicità della bocca arriva quando mangi ed è più corta della bocca, addirittura più della parola bocca. Quando la pronunci non ha tempo di salire nella mente. La felicità della bocca non vuole che si parli di lei. Quando ne parlo, prima di ogni frase dovrei dire ALL’IMPROVVISO.

E dopo ogni frase: NON DIRLO A NESSUNO, PERCHÉ TUTTI HANNO FAME.

Della felicità della mente si può parlare meglio che di quella della bocca.

La felicità della bocca vuole essere sola, è muta e attecchisce dentro. Ma la felicità della mente è socievole e cerca altre persone. È una felicità errabonda, e ti arranca dietro. Dura più a lungo di quanto tu sia pronto ad affrontare.

[…]Quando da un’eternità non si sente più nulla del proprio mondo, ci si chiede se si debba avere voglia di tornarci e cosa si debba desiderare là. Nel Lager il desiderio ti veniva sottratto. Non si doveva né si voleva decidere nulla. Certo c’era la voglia di tornare a casa ma ce la si lasciava alle spalle, nel ricordo, non si osava incamminarsi avanti nella nostalgia. Si credeva che il ricordo fosse già nostalgia. E da dove dovrebbe venire la differenza, quando nella mente girano sempre le stesse cose e hai smarrito il mondo al punto che non ti manca più.»

Da L’altalena del respiro

 

«[…] siamo stati politicizzati, siamo sempre stati interessati a scoprire perché questo Paese (la Romania) sia arrivato a vivere una situazione così insopportabile, come sia potuta esistere una dittatura così tetra, come uno zotico venuto da non so dove sia diventato un dittatore, con il culto della personalità, e una società intera che si inginocchiava ai suoi piedi. Come può, in queste situazioni, non esistere alcun punto d’appoggio, né un barlume di sincerità intorno a te? E poi tutto questo vocabolario nauseante e ideologico. Per me tutte queste cose si sono sovrapposte, si sono combinate.»

«Non mi fido del linguaggio. Vedete, il linguaggio in sé non esiste e non è un valore: tutto dipende dall’uso che ne fanno gli uomini. La vita esiste, il linguaggio è una roba artificiale. Può aiutare a uccidere, o a salvare. Io ho visto come le dittature possono usarlo per piegare la realtà ai loro fini, e quindi ho sempre paura di scrivere. Temo costantemente di essere fraintesa o usata a scopi che non condivido.

[…] il linguaggio a volte è un codice per nascondersi. Una bugia che usiamo per sopravvivere. Tutti mentiamo nella vita, chi più, chi meno. Nelle dittature, però, la menzogna diventa uno strumento sistematico del potere, e anche di chi dal potere deve difendersi. Una volta finito in un campo di concentramento, poi, la bugia, o il linguaggio usato come un codice segreto, diventa indispensabile per comunicare con i tuoi alleati e non farti capire dai tuoi nemici».

Da un’intervista a La Stampa, 8/05/2012

 

«Io non so cosa voglia dire coraggio. Ho avuto sempre l’impressione che fosse una nozione molto artificiale. Chi non ha paura della morte, delle minacce? Tutti hanno paura. Hai paura, ma non puoi cambiare la situazione, sai che è così e impari a viverci. Se avessi accettato di collaborare con loro, forse non avrei avuto paura? Credo che ne avrei avuta molta di più. E sarebbe stata una paura governata da loro (la Securitate) [...] Sono convinta, e non è possibile altrimenti, che ci fosse molta pressione psicologica sui securisti o sugli informatori – non riesco a immaginarmi che abbiano vissuto anche un solo giorno senza paura. Paura di loro stessi… »

Da un’intervista con Gabriela Adame?teanu, 5/03/2010

 

Nota:

Il tono non te lo scegli, la voce che hai dipende dalla tua struttura interiore.

Herta Müller non parla mai di identità, preferisce la meno poetica struttura interiore. È impossibile per lei, “pericoloso nemico dello Stato da combattere”, pensare che l’individualità si possa costruire sulla collettività di pochi. Herta, in fondo, cresce in un paese voltagabbana a un giorno dalla fine della seconda guerra mondiale, con un padre incapace di riconoscere in Hitler un criminale e una madre che tace la sua deportazione nei Lager comunisti. Il silenzio, il sospetto, la pressione del regime totalitarista di Ceausescu scatenano un moto nella pigra e indolente Herta: scrive, ha ventisei anni quando inizia, non le piace, ma la salva. La salverà dalle minacce della Securitate dopo il suo rifiuto di collaborare col regime, dalle lingue meschine dei compagni rumeni che non ammetteranno mai di riconoscersi nelle sue parole, dalla fuga dal Banato per la più tedesca Berlino.

Raccontare di sé, di un paese muto di speranza non le cancelleranno mai dal viso il grigio, la tristezza, l’assoluta serietà di chi osserva e sa, di chi si batte ma non vince mai davvero; arriverà la democrazia per la Romania e il Nobel per Herta, ma il passato sarà sempre troppo buio e gli animi troppo deboli.

Informazioni su Stefania Sciacca

Stefania Sciacca
Ha 22 anni e tanti sogni. Studia Medicina e Chirurgia a Catania e nella vita sa che curare è anche cospargere di miele l’orlo della tazza. E non c’è maggior dolcezza dell’arte e la letteratura.

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