martedì , 26 settembre 2017
Le news di Asterischi

Buon Compleanno Henrik Ibsen (20/3/1828)

 

«L’indignazione accresce le mie forze. Se vogliono la guerra, sia! Si farà la guerra. Io non ho nulla da perdere se non sono un poeta. Il mio progetto è di farmi fotografo. Farò passare davanti al mio obiettivo i miei contemporanei, ad uno ad uno [...]. Non risparmierò né un bambino nel ventre della madre, né un pensiero, né un’atmosfera nascosta nel ventre di nessuna anima, ogni volta che mi ritroverò in presenza di uno spirito che meriti la riproduzione.»

(Ibsen a Biørnson, 9 dicembre 1867)

«LA FORZA DEL RICORDO

Sapete come un domatore d’orsi

dia a queste bestie un’indimenticabile lezione?

Mette il suo orso sopra una caldaia

sotto la quale ha prima acceso il fuoco.

E intanto con un organetto

suona all’animale la canzone: Godi l’esistenza! 

La bestia alle prese col dolore

non può star ferma ed è costretta a danzare. 

Più tardi quando essa sente questa melodia,

si direbbe che il demonio della danza l’afferri all’improvviso! 

Io pure fui messo sopra una caldaia.

L’organo suonava! E il calore era intenso. 

La mia stessa carne s’infiammava,

e questo ricordo non ha mai lasciato l’anima mia. 

Ogni volta che tornano i ricordi di quel tempo,

mi sembra di trovarmi ancora sopra la caldaia. 

Sento delle punture acute sotto le unghie

e sono costretto a danzare sui piedi dei miei versi. »

 

«CORO DE LA COMMEDIA DELL’AMORE

Apro le ali, tendo la vela.

Come un’aquila, spazio sul lago

trasparente della vita.

I gabbiani mi seguono.

Gettiamo la zavorra della ragione!

La mia nave forse naufragherà!

Ma è tanto bello navigare così! »

« IL MIO FOCOLARE

Tutto è calmo nella mia casa. Fuori la strada è senza rumore;

eccomi vicino alla lampada che ha il paralume abbassato.

La stanza è immersa in una dolce ombra.

Giungono i miei fanciulli e le loro teste graziosamente inclinate

sono avviluppate dal fumo del mio sigaro. 

Giungono in folla, creature di sogno,

fanciulli allegri e graziose fanciulle.

La loro fronte brilla come dopo il bagno,

e gaiamente, follemente,

attraversiamo i regni della gioia.

Ma nel momento nel quale il nostro piacere è più vivo,

il mio sguardo cade accidentalmente sullo specchio.

Ed ecco che io vi scorgo un ospite triste e severo,

un uomo dagli occhi plumbei, dal panciotto tutto chiuso,

che porta le pantofole di feltro, se non erro! 

Mi sembra che un greve silenzio si sia steso sulla gaia folla.

Uno dei fanciulli mette il dito sulla bocca,

un altro rimane stupidamente sorpreso.

Non sapete dunque che in presenza degli estranei

anche il più sfrontato monello perde la sua sicurezza? »

« IL TERRORE DELLA LUCE

Quando andavo a scuola, avevo coraggio

fin che il sole scompariva dietro la cima della montagna.

Ma venuta la notte con le sue nuvole nere, di là dalle foreste e dagli stagni,

avevo terrore dei più favolosi fantasmi

e se chiudevo gli occhi, facevo spaventevoli sogni.

Allora Dio sa dove andava la mia energia diurna.

Ora non è più così. È alla luce del giorno,

al mattino che dovrei avere coraggio.

I fantasmi mi assediano in piena luce,

e la vita mi incute un indicibile spavento.

Ma al cadere della sera io posso sottrarmi al mio terrore

e mi sento fiero come un’aquila. 

Resisterei al fuoco e all’acqua, fenderei l’aria

come un falco, dimentico d’ogni paura e d’ogni orrore,

fino all’indomani!

Poichè all’alba, ahimè!, ritrovo il mio terrore e la mia impotenza…

…Se mai farò un’opera grande è

nelle tenebre ch’io la creerò. »

            (da Poesie, 1862. Traduzione di Fausto Valsecchi)

« NORA         (dopo breve silenzio) Eccoci qui seduti…non ti viene in mente niente.

HELMER       Che cosa?

NORA                        Siamo sposati da otto anni. Non noti che noi due, tu e io, marito e moglie, facciamo oggi per la prima volta un discorso serio?

HELMER       Un discorso serio…Che vuoi dire?

NORA                        Otto anni interi…anzi più ancora, dal primo giorno in cui ci siamo conosciuti, non abbiamo mai scambiato una parola seria intorno a cose serie.

HELMER       Avrei dovuto metterti sempre al corrente di seccature che in ogni caso non avresti potuto condividere con me?

NORA                        Non parlo di seccature. Dico soltanto che non ci siamo mai trovati insieme seriamente per ponderare qualcosa a fondo.

HELMER       Ma, cara Nora, non erano cose adatte a te.

NORA                        Eccoci al punto! Non mi hai mai compresa. Avete commesso, Torvald, gravi errori a mio danno, prima il babbo, poi tu.

HELMER       Come? Noi due? Noi due che ti abbiamo amata più di ogni cosa al mondo!

NORA                        (scuotendo la testa) Voi non mi avete mai amata. Vi faceva soltanto piacere di essere innamorati di me.

HELMER       Ma cosa dici, Nora?

NORA                        Sì, Torvald, proprio così. Quando ero a casa col babbo, egli mi comunicava tutte le sue opinioni, sicché avevo le medesime opinioni. Ma se qualche volta ero d’opinione diversa, glielo nascondevo, perché ciò non gli sarebbe andato a genio. Mi chiamava la sua bambola e giocava con me come io giocavo con le mie bambole. Poi entrai in casa tua…

HELMER       Che parola adoperi per il nostro matrimonio?

NORA                        (imperterrita) Voglio dire che passai dalle mani del babbo nelle tue. Tu regolasti ogni cosa sul tuo gusto ed io ebbi lo stesso gusto tuo. Ma fingevo soltanto: non so più con sicurezza…Forse era l’uno e l’altro: ora così, ora cosà. Se adesso ci ripenso, ho l’impressione di essere vissuta qui come una medica…dal naso alla bocca. Vivevo presentandoti atti di bravura. Ma eri tu che volevi così. Tu e il babbo vi siete resi gravemente colpevoli nei miei confronti. Vostra è la colpa se non sono riuscita a niente.

HELMER       Come sei ridicola e ingrata, Nora! Qui non sei stata forse felice?

NORA                        No, mai. Ho creduto, ma non lo sono stata mai.

HELMER       Non…non felice?

NORA                        …soltanto allegra. E tu sei sempre stato tanto gentile con me. Ma la nostra casa non era altro che una stanza da gioco. Qui sono stata la tua moglie bambola come in casa del babbo ero la figlia bambola. E i nostri figli erano a loro volta le mie bambole. Quando tu mi prendevi e giocavi con me, mi divertivo come si divertivano i bambini quando li prendevo e giocavo con loro. Questa, Torvald, è stata la nostra vita coniugale! »

« HELMER    Nora, con gioia lavorerei giorno e notte per te, sopporterei dolori e preoccupazioni. Ma nessuno sacrifica il suo onore per coloro che ama!

NORA                        Lo hanno fatto centomila donne! »

            (da Casa di bambola, 1879. Traduzione di E.Pocar)

NOTA

« Gloria ad Enrico Ibsen, che, genialmente interpretando e rappresentando i problemi più ardui della scienza e della vita moderna, ha dischiuso all’ arte vie nuove, ha gittato un ponte d’oro fra la realtà e il sogno, nella cui penombra fantastica, quasi in un crepuscolo interplanetare, tu vedi passarti innanzi i quadri dissolventi della vita e della morte, le tragiche parvenze di una razza incalzata dal destino, straziata dalla febbre dell’Ignoto, assottigliata da investigazioni superiori alle proprie forze, evaporantesi in aspirazioni infinite.

Onde viene? ove corre? L’ ignora; ma una forza arcana le sussurra misteriose parole, e l’anima sua, cresciuta a dismisura, e già prorompente dalle membra gracili e trepidanti, lingueggia come fiamma verso un polo ignoto, presènte una razza superiore che sorgerà dalle sue rovine , una razza divina che incarni su la terra o in un altro pianeta , quanto ora sorride appena alla mente dei filosofi, alla fantasia dei poeti, alla fede degli apostoli dell’ Ideale. »

            (Mario Rapisardi)

« Ibsen è un burattinaio-alchimista; scruta uomini e donne e la loro eterna commedia, pesandone al milligrammo le debolezze e le menzogne, i falsi eroismi e le illusioni vane per comporne, scomporne e ricomporne in tutte le possibili combinazioni una quantità di giuochi scenici; dove manovrando le fila egli li farà scontrarsi, accusarsi, spogliarsi, sviscerarsi, e da ultimo inabissarsi senza pietà.»

(Silvio D’Amico) 

Nota:
Henrik Ibsen è considerato uno dei maggiori esponenti europei del “dramma borghese”. L’assoluta centralità e preminenza che, nell’universo teatrale, era stata fino ad allora accordata  all’aristocrazia, viene spostata da Ibsen sulla classe borghese. Questa diventa assoluta protagonista di drammi che possiedono la serietà della tragedia, pur rifiutandone le forme alte; la tonalità dominante, infatti, è quella prosastica e quotidiana della commedia.

La messa in scena, nella seconda metà del  XIX secolo, delle opere dell’autore danese suscitò accese polemiche e dibattiti un tutta Europa: Ibsen dipinge infatti con sguardo lucido e disincantato il conflitto fra condizionamenti sociali e reali aspirazioni dell’uomo, la crisi dei legami familiari e il vuoto sostanziale insito nel sistema di valori della stessa borghesia. Particolarmente audace fu, inoltre, la sua denuncia del maschilismo imperante ad ogni livello della società, persino nel teatro.

(mm)

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