sabato , 25 novembre 2017
Le news di Asterischi

Buon Compleanno Henri Cartier-Bresson (22/08/1908)

Ritratto di Martine Frank, 1992

 

«Se, facendo un ritratto si spera di cogliere il silenzio interiore di una vittima consenziente, è molto difficile infilargli tra la camicia e la pelle una macchina fotografica. Per il ritratto a matita, è il disegnatore che deve raggiungere il silenzio interiore.»

Shanghai, 1948

«Non ho mai abbandonato la Leica, qualunque altro tentativo mi ha sempre fatto tornare da lei.[…] Per me è la macchina fotografica. Rappresenta letteralmente il prolungamento del mio occhio… il modo in cui la tengo in mano, stretta sulla fronte, il suo segno quando sposto lo sguardo da una parte all’altra, mi dà l’impressione di essere un arbitro in una partita che mi si svolge davanti agli occhi, di cui coglierò l’atmosfera al centesimo di secondo.»

Da Photo France, maggio 1951

Truman Capote, New Orleans, 1947

«La realtà è un diluvio caotico e, in questa realtà, bisogna fare una scelta che riunisca in modo equilibrato sostanza e forma, se poi bisogna anche preoccuparsi del colore! E poi, colori “naturali” non significa nulla. Visione evirata, la foto a colori incanta solo mercanti e riviste.»

Da intervista a Le Monde, settembre 1974

dietro la stazione di Rue Saint -Lazare, Parigi, 1932

«In fotografia, la creazione è questione di un attimo, di un lampo, una battuta. Portare l’apparecchio all’altezza della linea di mira dell’occhio, catturare in una piccola scatola quello che ci ha sorpresi, coglierlo al volo, senza imbrogli, senza farlo sfuggire. Si fa pittura quando si scatta una foto.»

Da Les Européens, Verve, 1955

«Siamo passivi davanti a un mondo che si muove e il nostro unico momento di creazione è il 1/25° di secondo in cui pigiamo il pulsante, l’attimo di oscillazione in cui cala la mannaia. Siamo paragonabili ai tiratori che “sparano” una fucilata.»

Da intervita di Yvonne Baby, L’Express, 29 giugno 1961

 

Nota:

«P.B. – Allora non è contento di essere Cartier-Bresson?

H.C.B. – No, in Giappone mi dispiace di non aver avuto gli occhi a mandorla e di non essere passato inosservato. È per questo che non voglio essere fotografato. D’altronde, in Giappone, il mio nome da fotografo, per i giornali era Hank Carter. […] No, bisogna farsi del colore del muro. Bisogna dimenticare se stesso. Sono contrario all’”Io”. Credo che fosse Degas a dire: “è bello essere famosi a condizione di essere sconosciuti.”»

Da intervista di Philippe Boegner, Figaro Magazine, febbraio 1989

E così, timidamente, lo ricordiamo noi, tra foto-intuizioni e parole che senza volerlo raccontano la vita, lunga, di un lungo occhio.

(as)

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2 commenti

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