martedì , 26 settembre 2017
Le news di Asterischi

Buon Compleanno Giovanni Verga (02/09/1840)

 

«Avevo visto una povera capinera chiusa in gabbia: era timida, triste, malaticcia ci guardava con occhio spaventato; si rifuggiava in un angolo della sua gabbia, e allorché udiva il canto allegro degli altri uccelletti che cinguettavano sul verde del prato o nell’azzurro del cielo, li seguiva con uno sguardo che avrebbe potuto dirsi pieno di lagrime. Ma non osava ribellarsi, non osava tentare di rompere il fil di ferro che la teneva carcerata, la povera prigioniera. Eppure i suoi custodi, le volevano bene, cari bambini che si trastullavano col suo dolore e le pagavano la sua malinconia con miche di pane e con parole gentili. La povera capinera cercava rassegnarsi, la meschinella; non era cattiva; non voleva rimproverarli neanche col suo dolore, poiché tentava di beccare tristamente quel miglio e quelle miche di pane; ma non poteva inghiottirle. Dopo due giorni chinò la testa sotto l’ala e l’indomani fu trovata stecchita nella sua prigione. Era morta, povera capinera! Eppure il suo scodellino era pieno. Era morta perché in quel corpicino c’era qualche cosa che non si nutriva soltanto di miglio, e che soffriva qualche cosa oltre la fame e la sete.
Allorché la madre dei due bimbi, innocenti e spietati carnefici del povero uccelletto, mi narrò la storia di un’infelice di cui le mura del chiostro avevano imprigionato il corpo, e la superstizione e l’amore avevano torturato lo spirito: una di quelle intime storie, che passano inosservate tutti i giorni, storia di un cuore tenero, timido, che aveva amato e pianto e pregato senza osare di far scorgere le sue lagrime o di far sentire la sua preghiera, che infine si era chiuso nel suo dolore ed era morto; io pensai alla povera capinera che guardava il cielo attraverso le gretole della sua prigione, che non cantava, che beccava tristamente il suo miglio, che aveva piegato la testolina sotto l’ala ed era morta.
Ecco perché l’ho intitolata:
Storia di una capinera

Storia di una capinera

«Tutta quella roba se l’era fatta lui, colle sue mani e colla sua testa, col non dormire la notte, col prendere la febbre dal batticuore o dalla malaria, coll’affaticarsi dall’alba a sera, e andare in giro, sotto il sole e sotto la pioggia, col logorare i suoi stivali e le sue mule – egli solo non si logorava, pensando alla sua roba, ch’era tutto quello ch’ei avesse al mondo; perché non aveva né figli, né nipoti, né parenti; non aveva altro che la sua roba. Quando uno è fatto così, vuol dire che è fatto per la roba. […] Di una cosa sola gli doleva, che cominciasse a farsi vecchio, e la terra doveva lasciarla là dov’era. Questa è una ingiustizia di Dio, che dopo essersi logorata la vita ad acquistare della roba, quando arrivate ad averla, che ne vorreste ancora, doveva lasciarla! E stava delle ore seduto sul corbello, col mento nelle mani, a guardare le sue vigne che gli verdeggiavano sotto gli occhi, e i campi che ondeggiavano di spighe come un mare, e gli oliveti che velavano la montagna come una nebbia, e se un ragazzo seminudo gli passava dinanzi, curvo sotto il peso come un asino stanco, gli lanciava il suo bastone fra le gambe, per invidia, e borbottava: “Guardate chi ha i giorni lunghi! Costui che non ha niente!”. Sicché quando gli dissero che era tempo di lasciare la sua roba, per pensare all’anima, uscì nel cortile come un pazzo, barcollando, e andava ammazzando a colpi di bastone le sue anitre e i suoi tacchini, e strillava: “Roba mia, vientene con me!”»

La roba

«È che la malaria v’entra nelle ossa col pane che mangiate, e se aprite bocca per parlare, mentre camminate lungo le strade soffocanti di polvere e di sole, e vi sentite mancar le ginocchia, o vi accasciate sul basto della mula che va all’ambio, colla testa bassa. Invano Lentini, e Francofonte, e Paternò, cercano di arrampicarsi come pecore sbrancate sulle prime colline che scappano dalla pianura, e si circondano di aranceti, di vigne, di orti sempre verdi; la malaria acchiappa gli abitanti per le vie spopolate, e li inchioda dinanzi agli usci delle case scalcinate dal sole, tremanti di febbre sotto il pastrano, e con tutte le coperte del letto sulle spalle. […] Però dov’è la malaria è terra benedetta da Dio. In Giugno le spighe si coricano dal peso, e i solchi fumano quasi avessero sangue nelle vene appena c’entra il vomero in novembre. Allora bisogna pure che chi semina e chi raccoglie caschi come una spiga matura, perché il Signore ha detto: “Il pane che si mangia bisogna sudarlo”. Come il sudore della febbre lascia qualcheduno stecchito sul pagliericcio di granoturco, e non c’è più bisogno di solfato né di decotto d’eucalipto, lo si carica sulla carretta del fieno, o attraverso il basto dell’asino, o su di una scala, come si può, con un sacco sulla faccia, e si va a deporlo alla chiesuola solitaria, sotto i fichidindia spinosi di cui nessuno perciò mangia i frutti. Le donne piangono in crocchio, e gli uomini stanno a guardare, fumando. »

Malaria

« ‘Ntoni, quando la sera tornava a casa, non trovava altro che le donne, le quali mutavano la salamoia nel barilotti, e cianciavano in crocchio colle vicine, sedute sui sassi; e intanto ingannavano il tempo a contare storie e indovinelli, buoni pei ragazzi, i quali stavano a sentire con tanto d’occhi intontiti dal sonno. Padron ‘Ntoni ascoltava anche lui, tenendo d’occhio lo scolare della salamoia, e approvava col capo quelli che contavano le storie più belle, e i ragazzi che mostravano d’aver giudizio come i grandi nello spiegare gli indovinelli. “La storia buona” disse allora ‘Ntoni “è quella dei forestieri che sono arrivati oggi, con dei fazzoletti di seta che non par vero; e i denari non li guardano cogli occhi, quando li tirano fuori dal taschino. Hanno visto mezzo mondo, dice, che Trezza ed Aci Castello messe insieme, sono nulla in paragone. Questo l’ho visto anch’io; e laggiù la gente passa il tempo a scialarsi tutto il giorno, invece di stare a salare le acciughe; e le donne, vestite di seta e cariche di anelli meglio della Madonna dell’Ognina, vanno in giro per le vie a rubarsi i bei marinari”. Le ragazze sgranavano gli occhi, e padron ‘Ntoni stava attento anche lui, come quando i ragazzi spiegavano gli indovinelli: “Io,”disse Alessi, il quale vuotava adagio adagio i barilotti, e li passava alla Nunziata, “io quando sarò grande, se mi marito voglio sposar te”. “Ancora c’è tempo, rispose Nunziata seria seria”. “Devono essere delle città grandi come Catania; che uno il quale non sia avvezzo si perde per le strade; e gli manca il fiato a camminare sempre fra le due file id case, senza vedere né mare né campagna.”. “E c’è stato anche il nonno di Cipolla,” aggiunse padron ‘Ntoni, “ed è in quei paesi là che s’è fatto ricco. Ma non è più tornato a Trezza, e mandò solo denari ai figliuoli”. “Poveretto!” disse Maruzza. “Vediamo se mi indovini quest’altro, disse la Nunziata: Due lucenti, due pungenti quattro zoccoli e una scopa”. “Un bue” rispose tosto Lia, che non le pareva neanche vero. “Questo lo sapevi! Ché ci sei arrivata subito” esclamò il fratello. “Vorrei andarci anch’io, come padron Cipolla, a farmi ricco” aggiunse ‘Ntoni. “Lascia stare, lascia stare!” gli disse il nonno, contento dei barilotti che vedeva nel cortile. “Adesso ci abbiamo le acciughe da salare”. Ma la Longa guardò il figliuolo col cuore stretto, e non disse nulla, perché ogni volta che si parlava di partire le venivano davanti agli occhi quelli che non erano tornati più.»

I Malavoglia

« “Vedi, ciascuno viene al mondo colla sua stella…Tu stessa hai forse avuto il padre o la madre ad aiutarti? Sei venuta al mondo da te, come Dio manda l’erba e le piante che nessuno ha seminato. Sei venuta al mondo come dice il tuo nome…Diodata! Vuol dire nessuno…E magari sei forse figlia di barone, e i tuoi fratelli adesso mangiano galline e piccioni! Il Signore c’è per tutti! Hai trovato da vivere anche tu!…E la mia roba?…me l’hanno data i genitori forse? Non mi son fatto da me quello che sono? Ciascuno porta il suo destino!…Io ho fatto il mio, grazie a Dio, e mio fratello non ha nulla…”»

Mastro Don Gesualdo

Nota:

Considerato l’esponente più importante del Verismo, Giovanni Verga fu un grande scrittore siciliano. La sua formazione politico-letteraria, con influenze romantico-risorgimentali, cominciò in giovane età a Catania. Sbolliti gli entusiasmi politici, si dedicò esclusivamente alla letteratura, trasferendosi prima a Firenze, poi a Milano, dove entrò in contatto con la letteratura realistico-naturalistica di matrice francese. L’amicizia con Capuana e la lettura di Zola, l’infanzia e l’adolescenza trascorse a in Sicilia, l’apertura della Questione meridionale e il contatto diretto con il Sud precario, inducono il nostro autore a cimentarsi nella stesura di miriadi di novelle e cicli romanzeschi che ritraggono la cruda realtà dell’isola mediterranea. I suoi personaggi più celebri diventano emblematici di una cornice esterna, lontana dalla borghesia settentrionale. I vinti verghiani sono i veri trionfatori della vita di tutti i giorni, i poveri che lavorano, si maritano, gli umili che hanno tanti sogni, ma nessun mezzo per realizzarli.

(mc)

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