martedì , 26 settembre 2017
Le news di Asterischi

Buon Compleanno Giovanni Giudici (26/06/1924)


 

«Non ero Giona sepolto nell’umido
Respiro dello squalo: fu un vapore
D’uomini che m’accolse; fu l’antica
Stazione, al mio risveglio, la mia casa
Fuligginosa e ardente.
Sullo schermo
Del finestrino rapida l’immagine
Passò dal venditore di bevande;
poi la banchina fu deserta, e grande
l’ansia che rese muta ogni mia voce

Io non sapevo respirare ancora
Il silenzio, e nemmeno (come oggi
Il mio pane d’adulto) la mia noia
Spezzare come un pane
Logoravo
Qui la mia prima attesa, nella sosta
del treno accelerato; consumavo
a Pisa una mia sera:
puro palpito,
non misura di tempo, era il mio cuore.»

La Stazione di Pisa, II

 

«Avventurosa in questa magra età,
fra l’angelo custode e il socialismo
a cui chiedi soccorso, t’abbandona
quello che amore credi e non avrà
domani né rimorso.

Anche tu vedi com’è inutile
Patirlo fino all’ultimo, distrutto
Dalla corrotta origine in cui sta –
Sesso, vergogna e lutto

In una che sa tutto, per chi mai saprà»

Svolta, II

 

«Era sempre difficile pensarti
Esatta nel tuo viso, nei tuoi modi
Di muoverti – i colori che portavi.

“Amare – tu cantavi
- un altro dopo te non è possibile”.

Era sempre difficile trovarti,
lasciarti fu incredibile. »

Svolta, III

 

«Oh no, di quelle,
voglio dire le solite, ma una…
Era una di quelle che sorridono
(ne ho conosciuta un’altra), che si voltano,
guardano, hanno paura di parlare.
Una di quelle che chiedono cos’è
Stato se vedono un gruppo di gente,
(accorreva che tutto era passato
Da un minuto) non toccano il presente.

Era una di quelle che s’informano
(alzava gli occhi, il mento) sul colore
Delle tortore, i treni che non prendono;
ci si posano accanto, sembra amore.

Poi partono, chissà da dove giunsero
(rideva con il grano sotto i denti,
non la vedrò mai più, non la dimentico),
e siamo noi gli assenti.»

Oh no, di quelle

 

«I compagni volevano ballare,
dicevano che è tutto per il bene
del partito, per fare soldi, tirare
gente – altrimenti un giovane non viene.

Con i soldi comprarono un drappo giallo
Da stendere intorno alle pareti:
e la bandiera rossa stava in alto,
antico pescatore che apposta le reti.

I compagni non volevano parlare
Di politica, volevano “i fatti”:
“parliamo di patate, non di chiacchiere”,
poi deliberavano compatti.

Adesso molti hanno patate e carne,
non chiedono governo, né potere:
li tiene in pugno chi ha più da darne,
chi riceve impara a tacere.»

Dance, meat & vegetables

 

«Non puoi continuare a raccontare al bambino
Che tutto questo casino sono le prove del teatro.
C’è un limite al crederci
E si dovrà convinvecere anche lui

Che fra la nostra casa e giù
Umberto il barbiere non c’è differenza
Se non nell’argomento del litigare:
là il vino qui il letto di cui non sa niente.

Legge nel libro di lettura fa gli esercizi
Canto disegno catechismo- cosa vuoi mai
Che idea ne abbia quando con uno spintone
Mi sbatti in terra declamando il copione?

Parliamoci chiaro – o tu
Ti decidi a cambiare o io
Gli dico che non è vero che è
Tutto per finta.»

Prove di teatro.

 

Nota:

«Questi pur minimi esempi indicano insomma  […] il modo con il quale Giudic ha ripercorso la propria storia di poeta, le prime prove, l’officina, gli inediti: non già cercando reperti da restaurare, pentimenti da esibire come segnali di ‘sperimentalità’: al contrario scegliendo soltanto quei ‘fantasmi’ che ancora urgono in ressa, che appunto appaiono teoria, che ricompongono sempre la stessa ‘visitazione’.»

Carlo Ossola

Dimenticato dal pubblico –e anche, in parte, dalla critica – il poeta-ferroviere Giovanni Giudici meriterebbe l’attenzione di chiunque s’interessi di poesia e di letteratura in generale.
I nuclei tematici della sua poesia furono la politica  – vissuta sempre a Sinistra, seppur in modo critico – e il suo mestiere di ferroviere, simbolo del microcosmo della stazione, a cui dedicò intere raccolte poetiche come La Stazione di Pisa.

(lm)

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