domenica , 24 settembre 2017
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Buon Compleanno Giovanni Boccaccio (16/06/1313)

boccaccio

«Adunque, venendo al fatto, dico che nella città di Capsa in Barberia fu già un ricchissimo uomo, il quale tra alcuni altri suoi figliuoli aveva una figlioletta bella e gentil esca, il cui nome fu Alibech. La quale, non essendo cristiana e udendo a molti cristiani che nella città erano molti commentarla cristiana fede e il servire Dio, un dì ne domandò alcuno in che maniera e con meno impedimento a Dio si potesse servire. Il quale rispose che coloro meglio a Dio servivano che più dalle cose del mondo fuggivano, […]che nelle solitudini de’ diserti di Tebaida andati se n’erano. La giovane, […] senz’altro farne a alcuna persona sentire, la seguente mattina andare verso il diserto di Tebaida nascostamente tutta sola si mise. […] E ella pervenne alla cella d’uno romito giovane, assai divota persona e buona, il cui nome era Rustico […] Il quale […] lasciati stare dall’una delle parti i pensieri santi […], a recarsi per la memoria la giovinezza e la bellezza di costei incominciò, e oltre a questo a pensar che via e che modo egli dovesse con lei tenere, acciò che essa non s’accorgesse lui come uomo dissoluto […] le diede a intendere che quel servigio che più si poteva far grato a Dio si era rimettere il diavolo in inferno, nel quale Domenidio l’aveva dannato. La giovinetta il domandò come questo si facesse; alla quale Rustico disse: “Tu saprai tosto, e perciò farai quello che a me far mi vedrai”, e cominciossi a spogliare […]. E così stando,essendo Rustico più che mai nel suo disiderio acceso per lo vederla così bella, venne la resurrezion de la carne, la quale riguardando Alibech e maravegliatasi disse: “Rustico, quella che cosa è che io ti veggio che così si pigne in fuori, e non l’ho io?”. “Oh figliol mia”, disse Rustico, “questo è il diavolo di che io t’ho parlato; e vedi tu ora egli mi dà grandissima molestia, tanta che io appena la posso sofferire”. Allora disse la giovane: “Oh lodato sia Iddio, ché io veggio che io sto meglio che non stai tu, ché io non ho codesto diavolo io”. Disse Rustico: “Tu non l’hai, vero, ma tu hai un’altra cosa che non l’ho io, e haila in iscambio di questo”. Disse Alibech: “O che?”. A cui Rustico disse: “Hai il nineferno; e dicoti che io mi credo Idio t’abbia qui mandata per la salute dell’anima mia, per ciò che se questo diavolo pur mi darà questa noia, ove tu vogli aver di me tanta pietà a sofferire che io in inferno lo rimetta, tu mi darai grandissima consolazione e a Dio farai grandissimo piacere e servigio, se tu per quello fare in queste parti venuta se’, che tu di’.” […]».

Da Decameron, X Novella, III Giornata, Mondadori, Milano, 1985.

 

«E per ordine da lui dato, all’uscir dello spiraglio la seguente notte in sul primo sonno Guiscardo, così come era nel vestimento del cuoio impacciato, fu preso da due e segretamente a Tancredi menato; il quale come il vide, quasi piangendo disse: “Guiscardo, la mia benignità verso di te non avea meritato l’oltraggio e la vergogna la quale nelle mie cose fatta m’hai, sì come io oggi vidi con gli occhi miei”. Al quale Guiscardo niuna altra cosa disse se non questo: “Amor può troppo più che né voi né io possiamo”. Comandò addunque Tancredi che egli chetamente in alcuna camera di là entro guardato fosse; e così fu fatto. Venuto il dì seguente, non sappiendo Ghismunda nulla di queste cose, avendo seco Tancredi varie e diverse novità pensate, appresso a mangiare secondo la sua usanza nella camera n’andò della figliuola: dove fattalsi chiamare e serratosi dentro con lei, piangendo le cominciò a dire: “Ghismunda, parendomi conoscere la tua vertù e la tua onestà, mai non mi sarebbe potuto cader nell’animo, quantunque mi fosse stato detto, se io co’ miei occhi non l’avessi veduto, che tu di sottoporti a alcuno uomo, se tuo marito stato non fosse, avessi, non che fatto, ma pur pensato; […] Di Guiscardo, il quale io feci stanotte prendere quando dello spiraglio usciva, e hollo in prigione, ho io già meco preso partito che farne; ma di te sallo Idio che io non so che farmi. […] Ghismunda, udendo il padre e conoscendo non solamente il suo segreto amore esser discoperto ma ancora preso Guiscardo, dolore inestimabile sentì e a mostrarlo con romore e con lagrime, come il più le femine fanno, fu assai volta vicina: ma pur questa viltà vincendo il suo animo altiero, il viso suo con maravigliosa forza fermò, e seco, avanti che a dovere algun priego per sé porgere, di più non stare in vita dispose, avvisando già esser morto Guiscardo».

Da Decameron, Novella I, Giornata IV, Tancredi e Ghismunda, Mondadori, Milano, 1985.

 

« […]A’ quali Guido, da lor veggendosi chiuso, prestamente disse: “Signori, voi mi potete dire a casa vostra ciò che vi piace”; e posta la mano sopra una di quelle arche, che grandi erano, sì come colui che leggerissimo era, prese un salto e fusi gittato dall’altra parte, e sviluppatosi da loro se n’andò. Costoro rimasero tutti guardando l’un l’altro, e cominciarono a dire che egli era uno smemorato e che quello che gli aveva risposto non veniva a dir nulla. […] Alli quali messer Betto rivolto disse:  “Gli smemorati siete voi, se voi non l’avete inteso; egli ci ha onestamente e in poche parole detta la maggior villania del mondo, per ciò che, se voi riguarderete bene, queste arche sono le case de’ morti; per ciò che in esse si pongono e dimorano i morti; le quali egli dice che son nostra casa, a dimostrarci che noi e gli altri uomini idioti e non letterati siamo, a comparazion di lui e degli altri uomini scienziati,  peggio che uomini morti, e per ciò, qui essendo noi siamo a casa nostra».

Da Decameron, Novella IX, Giornata VI, Il salto di Cavalcanti, Mondadori, Milano, 1985.

 

Nota:

In genere studiato da tutti a scuola con noia, Boccaccio, letto in età adulta, si rivela uno dei più grandi e moderni scrittori esistiti al mondo. Noto principalmente per il Decameron, il novelliere italiano ha ispirato, in tutte le epoche,  generazioni e generazioni di scrittori, poeti e drammaturghi. Dalla sua più importante opera sono stati tratti film, tra cui quello forse più famoso è quello diretto da Pasolini, e uno addirittura da Woody Allen che, al constatare quanto poco gli italiani conoscano le opere del novelliere, ha dichiarato che noi italiani, Boccaccio, proprio non lo meritiamo.

Le novelle del Decameron, quando ci si abitua all’italiano dell’epoca, risultano commoventi, oscene e divertenti a tal punto che persino il lettore di oggi si sorprende a ridere di gusto nel leggerle. Ma d’altra parte non può essere altrimenti: Boccaccio scrive per il piacere di farlo, per il piacere di fare letteratura. E da una grande passione, unita senz’altro al grande genio artistico, non poteva che nascere uno dei più grandi classici del mondo. D’altronde, per questa passione, il giovane Boccaccio disattende le aspettative del padre, Boccaccino, e rinuncia al remunerativo “oro” scegliendo piuttosto il, già allora, non remunerativo “alloro”. Il racconto, riportato da Boccaccio stesso, di come sia nata in lui la passione per le lettere, fa sentire qualsiasi letterato, scrittore o semplice amante dei libri contemporaneo più vicino a lui:

«Ricordo bene che non ero ancora giunto ai sette anni d’età, e non avevo visto composizione alcuna, né udito alcun maestro e avevo appena appreso i primi elementi delle lettere, quand’ecco, sotto la spinta della natura, si accese il desiderio di comporre; e sebbene fossero per nulla importanti, feci pure alcune composizioni». (in Luigi Surdich, Boccaccio, Il Mulino, Bologna, 2008. )

Informazioni su Serena Giorgio Marrano

Serena Giorgio Marrano
Nasce a Napoli il 5 maggio 88. Serena, solo di nome, odia le mezze misure: le sue, nel bene o nel male, sono tutte grandi passioni. Ha una lista di libri e di buoni propositi infinita. Con la testa fra le nuvole rischia di essere a volte un tantino distratta, è molto curiosa e ama il mare.

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