sabato , 19 agosto 2017
Le news di Asterischi

Buon Compleanno Gino Strada (21/04/1948)

« Io non sono pacifista. Io sono contro la guerra.»

da un’ intervista a Che tempo che fa, 18 novembre 2006

« Crediamo nella eguaglianza di tutti gli esseri umani a prescindere dalle opinioni, dal sesso, dalla razza, dalla appartenenza etnica, politica, religiosa, dalla loro condizione sociale ed economica.
 
Ripudiamo la violenza, il terrorismo e la guerra come strumenti per risolvere le contese tra gli uomini, i popoli e gli stati. Vogliamo un mondo basato sulla giustizia sociale, sulla solidarietà, sul rispetto reciproco, sul dialogo, su un’equa distribuzione delle risorse.
 
Vogliamo un mondo in cui i governi garantiscano l’eguaglianza di base di tutti i membri della società, il diritto a cure mediche di elevata qualità e gratuite, il diritto a una istruzione pubblica che sviluppi la persona umana e ne arricchisca le conoscenze, il diritto a una libera informazione.
 
Nel nostro Paese assistiamo invece, da molti anni, alla progressiva e sistematica demolizione di ogni principio di convivenza civile. Una gravissima deriva di barbarie è davanti ai nostri occhi.
 
In nome delle “alleanze internazionali”, la classe politica italiana ha scelto la guerra e l’aggressione di altri Paesi.
 
In nome della “libertà”, la classe politica italiana ha scelto la guerra contro i propri cittadini costruendo un sistema di privilegi, basato sull’esclusione e sulla discriminazione, un sistema di arrogante prevaricazione, di ordinaria corruzione.
 
In nome della “sicurezza”, la classe politica italiana ha scelto la guerra contro chi è venuto in Italia per sopravvivere, incitando all’odio e al razzismo.
 
È questa una democrazia? Solo perché include tecniche elettorali di rappresentatività? Basta che in un Paese si voti perché lo si possa definire “democratico”?
 
Noi consideriamo democratico un sistema politico che lavori per il bene comune privilegiando nel proprio agire i bisogni dei meno abbienti e dei gruppi sociali più deboli, per migliorarne le condizioni di vita, perché si possa essere una società di cittadini.
 
È questo il mondo che vogliamo. Per noi, per tutti noi. Un mondo di eguaglianza.»

Il mondo che vogliamo, Manifesto di Emergency 2010

«C ‘era una volta un pianeta chiamato Terra. Si chiamava Terra anche se, a dire il vero, c’era molta più acqua che terra su quel pianeta. Gli abitanti della Terra, infatti, usavano le parole in modo un po’ bislacco. Prendete le automobili, per esempio. Quel coso rotondo che si usa per guidare, loro lo chiamavano “volante”, anche se le macchine non volano affatto! Non sarebbe più logico chiamarlo “guidante”, oppure “girante”, visto che serve per girare? Anche sulle cose importanti si faceva molta confusione.
Si parlava spesso di “diritti”: il diritto all’istruzione, per esempio, significava che tutti i bambini avrebbero potuto (e dovuto!) andare a scuola. Il diritto alla salute poi, avrebbe dovuto significare che chiunque, ferito, oppure malato, doveva avere la possibilità di andare in ospedale. Ma per chi viveva in un paese senza scuole, oppure a causa della guerra non poteva uscire di casa, oppure chi non aveva i soldi per pagare l’ospedale (e questo, nei paesi poveri, è più la regola che l’eccezione), questi diritti erano in realtà dei rovesci: non valevano un fico secco. Siccome non valevano per tutti ma solo per chi se li poteva permettere, queste cose non erano diritti: erano diventati privilegi, e cioè vantaggi particolari riservati a pochi. A volte, addirittura, i potenti della terra chiamavano “operazione di pace” quella che, in realtà, era un’operazione di guerra: dicevano proprio il contrario di quello che in realtà intendevano.E poi, sulla Terra, non c’era più accordo fra gli uomini sui significati: per alcuni ricchezza significava avere diecimila miliardi, per altri voleva dire avere almeno una patata da mangiare. Quanta confusione!Tanta confusione che un giorno il mago Linguaggio non ne potè più. Linguaggio era un mago potentissimo, che tanto tempo prima aveva inventato le parole e le aveva regalate agli uomini. All’inizio c’era stato un po’ di trambusto, perché gli uomini non sapevano come usarle, e se uno diceva carciofo l’altro pensava al canguro, e se uno chiedeva spaghetti l’altro intendeva gorilla, e al ristorante non ci si capiva mai. Allora il mago Linguaggio appiccicò ad ogni parola un significato preciso, cosicché le parole volessero dire sempre la stessa cosa, e per tutti.
Da allora il carciofo è sempre stato un ortaggio, e il gorilla un animale peloso, e non c’era più il rischio di trovarsi per sbaglio nel piatto un grosso animale peloso, con il suo testone coperto di sugo di pomodoro. Questo lavoro, di dare alle parole un significato preciso, era costato un bel po’ di fatica al mago Linguaggio. Adesso, vedendo che gli uomini se ne infischiavano del suo lavoro, e continuavano ad usarle a capocchia, decise di dare loro una lezione. <Le parole sono importanti> amava dire <se si cambiano le parole si cambia anche il mondo, e poi non si capisce più niente> Una notte, dunque, si mise a scombinare un po’ le cose, spostando una sillaba qui, una là, mescolando vocali e consonanti, anagrammando i nomi. Alla mattina, infatti, non ci si capiva più niente. A tutti gli alberghi di una grande città aveva rubato la lettera gi e la lettera acca, ed erano diventati… alberi! Decine e decine di enormi alberi, con sopra letti e comodini e frigobar, e i clienti stupidissimi che per scendere dovevano usare le liane come Tarzan. Alle macchine aveva rubato una enne, facendole diventare macchie, e chi cercava la propria automobile trovava soltanto una grossa chiazza colorata parcheggiata in strada. Alle torte invece aveva aggiunto una esse, erano diventate tutte storte, e cadevano per terra prima che i bambini se le potessero mangiare. Erano talmente storte che non erano più buone nemmeno per essere tirate in faccia. Nelle scuole si era anche divertito ad anagrammare, al momento dell’appello, la parola presente, e se prima gli alunni erano tutti presenti, adesso erano tutti serpenti, e le maestre scappavano via terrorizzate. Poi si era tolto uno sfizio personale: aveva eliminato del tutto la parola guerra, che aveva inventato per sbaglio, e non gli era mai piaciuta. Così un grande capo della terra, che in quel momento stava per dichiarare guerra, dovette interrompersi a metà della frase, e non se ne fece nulla. Inoltre aveva trasformato i cannoni in cannoli, siciliani naturalmente, e chi stava combattendo si ritrovò tutto coperto di ricotta e canditi. Andò avanti così per parecchi giorni, con le scarpe che diventavano carpe e nuotavano via, i mattoni che diventavano gattoni e le case si mettevano a miagolare, il pane che si trasformava in un cane e morsicava chi lo voleva mangiare. Quanta confusione! Troppa confusione, e gli uomini non ne potevano più.
Mandarono quindi una delegazione dal mago Linguaggio, a chiedere che rimettesse a posto le parole, e con loro il mondo. <E va bene> disse Linguaggio <ma solo ad una condizione: che cominciate a usare le parole con il loro giusto significato.> <I diritti degli uomini devono essere di tutti gli uomini, proprio di tutti, sennò chiamateli privilegi. Uguaglianza deve significare davvero che tutti sono uguali e non che alcuni sono più uguali di altri. E per quanto riguarda la guerra…> <Per quanto riguarda la guerra> lo interruppero gli uomini <ci abbiamo pensato… tienitela pure: è una parola di cui vogliamo fare a meno.> »
Favola di Gino e Cecilia Strada

«Se uno di noi, uno qualsiasi di noi esseri umani, sta in questo momento soffrendo come un cane, è malato o ha fame, è cosa che ci riguarda tutti. Ci deve riguardare tutti, perché ignorare la sofferenza di un uomo è sempre un atto di violenza, e tra i più vigliacchi.»

da Buskashì. Viaggio dentro la guerra.

«Qui sopra Choman c’è un cimitero, pietre aguzze piantate in un prato dove si lasciano crescere papaveri e tulipani, uno stile ancor più sobrio di quello bostoniano. Il cimitero, anche quello, è minato. In molti ci hanno detto che minare le sorgenti d’acqua, e i cimiteri, è stata pratica diffusa da queste parti. Sono luoghi che, si intuisce facilmente, la gente è costretta a frequentare. L’uno ogni giorno da vivi, l’altro tutti i giorni dopo morti, e qualcuno verrà pure a render visita.»

da Pappagalli Verdi

« La dis-umanità della guerra è dimostrata, rappresentata, testimoniata dalle sue vittime, esseri umani che finiscono di esistere o incominciano a soffrire ».

dalla rubrica Bisturi sul nuovo mensile di Emergency E, Aprile 2011.

«Io lavoro per provare a salvare vite umane: sarebbe per me un controsenso essere favorevole a pratiche politiche e militari che hanno come obiettivo fondamentale quello di annientare vite umane. La mia etica nasce dalle cose che vedo… Le mie posizioni sono ispirate al buon senso [...] Non è giusto semplificarle. E’ del tutto evidente che se l’Italia fosse invasa da un esercito straniero che ruba, stupra, uccide e prende a mitragliate la gente, io reagirei. Mi ribellerei. Va bene? Però non mi sembra che questo scenario sia all’orizzonte, giusto? E allora perché discuterne? Discutiamo dei fatti reali, che succedono, che si profilano all’orizzonte. Il problema casomai è il seguente: come si evita che i cosiddetti “mostri” – diciamo i dittatori – salgano al potere e poi diventino potentissimi? Io credo che la risposta sia molto semplice: si evita di costruirli. Una volta che sono stati costruiti, appoggiati, coperti, foraggiati, e che questi dittatori sono diventati molto forti, certo, a quel punto è difficile liberarsene con mezzi pacifici. L’occidente, in genere, non si preoccupa di questo. Crea mostri e poi si indigna per il fatto che ci sono. Oggi tutti dicono che Saddam è uno spietato dittatore. Giustissimo. E ricordano le sue nefandezze, soprattutto lo sterminio di 5000 curdi. Benissimo. Quando avvenne lo sterminio? Nell’88. Allora le autorità americane sai come chiamavano Saddam? Lo chiamavano il presidente, ne erano amici, lo aiutavano, lo armavano. Oggi lo chiamano il dittatore. »

da L’unità, 09/01/2003

da Afghanistan: Effetti collaterali? – I bambini. Documentario sulle attività di Emergency in Afghanistan da settembre a dicembre 2001.

Gino Strada sulla guerra in Libia per beppegrillo.it

Nota:

Dicono che ai medici piaccia giocare a fare Dio, che si dilettino con quasi onnipotenza a gestire rebus umani senza curarsi del cliente, non più tanto paziente. Dicono che gli scienziati, con l’avvento della sperimentazione sul dna, abbiano perso ogni rispetto per il significato della vita umana. Dicono che Dio è misericordioso e attaccano l’uomo per la sua natura egoistica ed egocentrica (evidentemente qualcuno s’è fatto un esame di coscienza). Ma nei paesi in guerra, laddove la gente vede strapparsi con violenza la vita ogni giorno, se non c’è Dio con loro, a proteggerli, a curarli, la soluzione è dunque dichiarare guerra e mandare soldati armati in missione di “pace”? C’è qualcosa che non torna. E lo stesso ragionamento, forse meno articolato, probabilmente più istintivo, lo faceva un giovane chirurgo d’urgenza milanese che nel 1994, a seguito di esperienze di volontariato tra Pakistan, Etiopia, Perù, Afghanistan, Somalia e Bosnia-Erzegovina, decise, insieme alla moglie Teresa Sarti e Carlo Garbagnati, di fondare un’associazione che potesse davvero fare la differenza, fatta di fatti e poche parole: fu così che Luigi Strada (o meglio conosciuto come Gino) diede vita a Emergency. Oggi, a 17 anni di distanza, Emergency è una delle organizzazioni non governative più attive in quei paesi dove la guerra non è solo un espediente politico, ma una vera realtà di morte, e che, al 2010, afferma di aver curato oltre 4 milioni di persone tra Afghanistan, Cambogia, Iraq, Repubblica Centroafricana, Sierra Leone, Sudan e, dall’aprile 2011, aggiunge alla sua lista anche la Libia. Sull’esempio di grandi scienziati del passato, quale fu Albert Einstein, Gino Strada sfrutta la sua notorietà per far conoscere alla gente le condizioni di vita delle vittime della guerra, per condannarla pubblicamente e per dire la sua tra i tanti che la guerra l’hanno conosciuta solo sui libri di storia. Propaganda e quotidiano impegno nei poco sicuri ospedali dei focolai di guerra sono stati dunque la visione di Strada e poi la realtà di migliaia di volontari che c’hanno creduto. Quale forma di più grande e pura umanità è allora quella di dedicarsi agli uomini agendo da “uomo”? Come può il rupudio alla guerra, alla violenza, non essere l’unica alternativa possibile?

Abbiamo un cuore che batte lì da qualche parte nel torace, tra il 2° e il 5° spazio intercostale, 2 cm oltre la linea marginosternale di destra e 1 cm all’interno la semiclaveare di sinistra, e qualcuno, mentre tu sei lì a leggere, forse a capire, forse annuendo, sta lottando per continuare a farne battere uno, si accanisce e spera, ma lo sta perdendo. E tu che mondo vuoi?

(ss)

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