martedì , 26 settembre 2017
Le news di Asterischi

Buon Compleanno Gabriel García Márquez (06/03/1927)

 

«Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendìa si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio. Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica cos truito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era cos ì recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito.»

«Erano le ultime cose che rimanevano di un passato il cui annichilamento non si consumava, perché continuava ad annichilarsi indefinitivamente, consumandosi dentro di sé stesso, terminandosi in ogni minuto ma senza terminare di terminarsi mai.»

«Nonostante la sua forza intatta, José Arcadio Buendìa non era in condizioni di lottare. Tutto gli era indifferente. Se era tornato al castagno non lo aveva fatto di sua volontà bensì per un’abitudine del corpo. Ursula lo curava, gli dava da mangiare, gli portava notizie di Aureliano. Ma in realtà, l’unica persona con la quale egli poteva aver rapporto da ormai molto tempo, era Prudencio Aguilar. Già quasi polverizzato dalla profonda decrepitezza della morte, Prudencio Aguilar andava due volte al giorno a conversare con lui. Parlavano di galli. Si ripromettevano di formare un allevamento di animali magnifici, non tanto per godere di qualche vittoria che ormai non gli sarebbe più servita, ma per avere qualcosa con cui distrarsi nelle tediose domeniche della morte. Era Prudencio Aguilar che lo puliva, che gli dava da mangiare e gli portava affascinanti notizie di uno sconosciuto che si chiamava Aureliano e che era colonnello in guerra.»

«Remedios la bella rimase a vagare per il deserto della solitudine, senza croci da sopportare, a maturare nei suoi sogni senza incubi, nei suoi bagni interminabili, nei suoi pasti senza orario, nei suoi profondi e prolungati silenzi senza ricordi, fino a un pomeriggio di marzo in cui Fernanda volle piegare in giardino le sue lenzuola di fiandra, e chiese aiuto alle donne di casa. Avevano appena cominciato, quando Amaranta si accorse che Remedios la bella era indiafanata da un pallore intenso.

“Ti senti male?” le chiese.

Remedios la bella, che teneva stretto il lenzuolo all’altro capo, fece un sorriso di compatimento.

“Macché,” disse, “non mi sono mai sentita così bene.”

Aveva appena finito di dirlo, quando Fernanda sentì che un delicato vento di luce le strappava le lenzuola dalle mani e le spiegava in tutta la loro ampiezza. Amaranta senti un tremito misterioso nei pizzi delle sue sottane e cercò di aggrapparsi al lenzuolo per non cadere, nell’istante in cui Remedios la bella cominciava a sollevarsi. Ursula, già quasi cieca, fu l’unica che ebbe tanta serenità da riconoscere la natura di quel vento ineluttabile, e lasciò le lenzuola alla mercé della luce, e vide Remedios la bella che la salutava con la mano, tra l’abbagliante palpitare delle lenzuola che salivano con lei, che uscivano con lei dall’aria degli scarabei e delle dalie, e con lei attraversavano l’aria in cui si spegnevano le quattro del pomeriggio, e con lei si perdevano per sempre nelle alte arie dove non potevano raggiungerla nemmeno i più alti uccelli della memoria.»

«Era la storia della famiglia, scritta da Melquiades perfino nei suoi pa rticolari più triviali, con cent’anni di anticipo. L’aveva redatta in sanscrito, che era la sua lingua materna, e aveva cifrato i versi pari con la chiave privata dell’imperatore Augusto, e quelli dispari con chiavi militari lacedemoni. La protezione finale, che Aureliano cominciava a intravedere quando si era lasciato confondere dall’amore di Amaranta Ursula, si basava sul fatto che Melquíades non aveva ordinato i fatti nel tempo convenzionale degli uomini, ma che aveva concentrato un secolo di episodi quotidiani, di modo che tutti coesistessero in un istante. Affascinato dalla scoperta, Aureliano lesse ad alta voce, senza salti, le encicliche cantate che lo stesso Melquíades aveva fatto ascoltare ad Arcadio, e che erano in realtà le predizioni della sua esecuzione, e trovò annunziata la nascita della donna più bella del mondo che stava salendo al cielo in corpo e anima, e conobbe l’ origine di due gemelli postumi che rinunciavano a decifrare le pergamene, non soltanto per incapacità e incostanza, ma perché i loro tentativi erano prematuri. A questo punto, impaziente di conoscere la propria origine, Aureliano passò oltre.»

da Cent’anni di Solitudine

«Era inevitabile: l’odore delle mandorle amare gli ricordava sempre il destino degli amori contrastati. Il dottor Juvenal Urbino lo sentì non appena entrato nella casa ancora in penombra, dove si era recato d’urgenza a occuparsi di un caso che per lui aveva smesso di essere urgente già da molti anni. Il rifugiato antillano Jeremiah de Saint-Amour, invalido di guerra, fotografo di bambini e suo avversario di scacchi più compassionevole, si era messo in salvo dai tormenti della memoria con un suffumigio di cianuro d’oro.
Era ancora troppo giovane per sapere che la memoria del cuore elimina i brutti ricordi e magnifica quelli belli, e che grazie a tale artificio riusciamo a tollerare il passato.
Ma era lì. Voleva trovare la verità, e la cercava con un’ansia appena paragonabile al terribile timore di trovarla, sospinta da un vento incontrollabile più imperioso della sua alterigia congenita, più imperioso persino della sua dignità: un supplizio affascinante.
»

«Nell’ozio riparatore della solitudine, invece, le vedove scoprivano che il modo onorevole di vivere era alla mercé del corpo, mangiando solo per fame, amando senza mentire, dormendo senza doversi fingere addormentate per sfuggire all’indecenza dell’amore ufficiale, infine padrone del diritto a un letto intero per loro sole dove nessuno contendesse la metà del lenzuolo, la metà dell’aria da respirare, la metà della notte, finché il corpo non si saziava di sognare i propri sogni, e si svegliava da solo.»

da L’Amore ai tempi del Colera

«L’anno dei miei novant’anni decisi di regalarmi una notte d’amore folle con un’adolescente vergine. Mi ricordai di Rosa Cabarcas, la proprietaria di una casa clandestina che era solita avvertire i suoi buoni clienti quando aveva una novità disponibile. Non avevo mai ceduto a questa né ad altre delle sue molte tentazioni oscene, ma lei non credeva nella purezza dei miei principi. Anche la morale è una questione di tempo, diceva, con un sorriso maligno, te ne accorgerai..

da Memorie delle mie Puttane tristi

«Ho sempre creduto che ogni versione di un racconto sia migliore della precedente. Come sapere allora quale deve essere l’ultima? È un segreto del mestiere che non obbedisce alle leggi dell’intelligenza ma alla magia degli istinti, così come la cuoca sa quando la minestra è pronta.»

«Nena Daconte rimase in piedi, immobile, senza far nulla per nascondere la sua nudità intensa. Billy Sánchez eseguì allora il suo rito puerile: si abbassò lo slip di leopardo e le mostrò il suo rispettabile animale eretto. Lei lo guardò fisso e senza paura. “Ne ho visti di più lunghi e di più grossi” disse, dominando il terrore. “Sicché pensa bene a cosa farai, perché con me devi comportarti meglio di un negro”. In realtà, Nena Daconte non solo era vergine, ma fino allora non aveva mai visto un uomo nudo, però la sfida si rivelò efficace. L’unica cosa che a Billy Sánchez venne in mente di fare fu tirare un pugno di rabbia contro la parete con la catena arrotolata intorno alla mano, e si incrinò le ossa.»

«Dovette aspettarlo quasi due ore sotto il sole brutale di Montjuich. Salutò diverse persone afflitte di altre domeniche meno memorabili, pur riconoscendole appena, perché era trascorso così tanto tempo da quando le aveva viste per la prima volta che ormai non indossavano più abiti da lutto, né piangevano, e disponevano i fiori sulle tombe senza pensare ai loro morti. Di lì a poco, quando tutti se ne furono andati via, udì un bramito lugubre che spaventò i gabbiani, e vide sul mare immenso un transatlantico bianco con la bandiera del Brasile, e si augurò con tutta l’anima che le portasse una lettera di qualcuno che fosse morto per lei nel carcere di Pernambuco. Poco dopo le cinque, con dodici minuti di anticipo, comparve il Noi sulla collina, sbavando per la fatica e il caldo, ma con un’aria da bambino trionfante. In quell’istante, Maria dos Prazeres superò il terrore di non avere chi piangesse sulla sua tomba.»

da Dodici racconti raminghi

Nota

Il nome di Gabriel García Márquez è come la punta di quel grosso iceberg che è il realismo magico. Lo scrittore colombiano, premio Nobel per la Letteratura nel 1982, piazza con Cent’anni di solitudine la pietra miliare del filone letterario che è l’essenza del boom sudamericano del XX secolo.

Leggere Márquez è come assaporare una sostanziosa pietanza esotica, speziata. La sua prosa è gustosa, grondante di colore; i suoi libri sono quanto mai densi per via delle linee temporali che si compenetrano e si contorcono su se stesse formando una fitta maglia, a tratti inestricabile. Il surreale è la matrice che si incunea tra queste trame, senza filtro, con una naturalezza disarmante concedendo al lettore di figurarsi realtà terribilmente concrete e allo stesso momento subire un effetto alienante.

Punta dell’iceberg perché non è Márquez ad inventare il genere di cui è bandiera, e magari anche perché nonostante lo straripante successo, il Nobel e la consacrazione a mostro sacro della penna, Cent’anni di solitudine non è considerato dal proprio autore il grande testamento letterario; curiosamente è L’amore ai tempi del colera a rivestire questo ruolo. Ad ogni modo Gabriel García Márquez è a pieno titolo realtà, magia, semplicità e delirio; è realismo fantastico.

(ct)

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