giovedì , 14 dicembre 2017
Le news di Asterischi

Buon Compleanno Elio Vittorini (23/07/1908)

«Avevo comprato a Villa san Giovanni qualcosa da mangiare, pane e formaggio, e mangiavo sul ponte, pane, aria cruda, formaggio, con gusto e appetito perché riconoscevo antichi sapori delle mie montagne, e persino odori, mandrie di capre, fumo di assenzio, in quel formaggio. I piccoli siciliani, curvi con le spalle nel vento e le mani in tasca, mi guardavano mangiare, erano scuri in faccia, ma soavi, con barba da quattro giorni, operai, braccianti dei giardini di aranci, ferrovieri coni cappelli grigi a filetto rosso della squadra lavori. E io, mangiando, sorridevo loro e loro mi guardavano senza sorridere.
- Non c’è formaggio come il nostro, – io dissi.
Nessuno mi rispose, tutti mi guardavano, le donne dalla femminilità voluminosa sedute su grandi sacchi di roba, gli uomini in piedi, piccoli e come bruciacchiati dal vento, le mai in tasca. E io di nuovo dissi:
- Non c’è formaggio come il nostro.
Perché ero d’un tratto entusiasta di qualcosa, quel formaggio, sentirmene in bocca, tra il pane e l’aria forte, il sapore bianco eppur aspro, e antico, coi grani di pepe come improvvisi grani di fuoco nel boccone.
- Non c’è formaggio come il nostro, – dissi per la terza volta.
Allora uno di quei siciliani, il più piccolo e soave, e insieme il più scuro in faccia e il più bruciato dal vento, mi chiese:
- Ma siete siciliano, voi?
- Perché no? – io risposi.
(…)
- Un siciliano non mangia mai la mattina, – egli disse d’un tratto.
Soggiunse: – Siete americano, voi?
Parlava con disperazione eppure con soavità, come sempre era stato soave anche nel disperato parlare l’arancia e nel disperato mangiarla. Le ultime tre parole disse eccitato, in tono di stridula tensione come se gli fosse in qualche modo necessario, per la pace dell’anima, sapermi americano.
- Si, – dissi io, vedendo questo. – Americano sono. Da quindici anni.
(…)
- Ho dei cugini in America, – disse. – Uno zio e dei cugini…
- Ah, così, – dissi io. – E in che posto? A New York o in Argentina?
- Non lo so, – rispose lui. – Forse a New York. Forse in Argentina. In America.
Così disse e soggiunse: – Di che posto siete voi?
- Io? – dissi io. – Nacqui a Siracusa…
E lui disse: – No…Di che posto siete dell’America?
- Di…di New york, – dissi io.
Un momento fummo zitti, io su questa menzona, guardandolo, e lui guardando me, dai suoi occhi nascosti sotto la visiera del berretto.
Poi, quasi teneramente, egli chiese:
- Come va a New York? Va bene?
- Non ci si arricchisce, – risposi io.
- Che importa questo? – disse lui. – Si può stare bene senza arricchire…anzi è meglio…
- Chissà! – dissi io. – C’è anche lì disoccupazione.
- E che importa la disoccupazione? – disse lui. – Non è sempre la disoccupazione che fa il danno…Non è questo…Non sono disoccupato, io.
Indicò gli altri piccoli siciliani intorno.
- Nessuno di noi lo è. Lavoriamo…Nei giardini…Lavoriamo.
E si fermò, mutò voce, soggiunse: – Siete tornato per la disoccupazione, voi?
- No, – io dissi. – Sono tornato per qualche giorno.
- Ecco, – disse lui. – E mangiate la mattina…Un siciliano non mangia mai la mattina.
E chiese: – Mangiano tutti in America la mattina?
Avrei potuto dire di no, e che anche io, di solito, non mangiavo la mattina, e che conoscevo tanta gente che non mangiava forse più di una volta al giorno, e che in tutto il mondo era lo stesso, eccetera, ma non potevo parlargli male di un’America dove non ero stato, e che, dopotutto, non era nemmeno l’America, nulla di attuale, di effettivo, ma una sua idea di regno dei cieli sulla terra. Non potevo; non srebbe stato giusto.
- Credo di si, – risposi. – In un modo o in un altro…
- E il mezzogiorno? – egli chiese allora. – Mangiano tutti, il mezzogiorno, in America?
- Credo di si, – dissi io. – In un modo o nell’altro…
- E la sera? – egli chiese. – Mangiano tutti, la sera, in America?
- Credo di si, – dissi io. – Bene o male…
- Pane? – disse lui. – Pane e formaggio? Pane e verdure? Pane e carne?
Era con speranza che lui mi parlava e io non potevo più dirgli di no.
- Si, – dissi. – Pane e altro.»

Conversazione in Sicilia

«Dopo appresi che mio padre in gioventù era stato socialista e che cosa era socialismo.
- Ma come! – dissi. – Sei stato socialista e non lo sei più?
- Ragazzo mio, – disse mio padre senza guardarmi perché certo sapeva che il suo sguardo avrebbe subito stabilito tra me e lui il distacco del rimprovero – il socialismo è un’idea e uno può avere avuto delle idee. Anzi è un’idea generosa e uno della mia condizione può aver voluto essere una volta generoso. Ma poi nella vita s’impone la necessità i salvarsi ognuno per conto suo.
- Oh! – esclamai – allora tu ti salvi…per via di loro che si perdono?
Sapevo a stento che cosa intendevo dire, confusamente, ma mi era venuto spontaneo dalla mia logica di ragazzo, la mia logica che mi sentivo battere dentro come una creatura con ali, e per la quale tremavo nel timore che fosse proibita. Mio padre continuò a non guardarmi. Era in uno dei suoi momenti di indulgenza e la mia logica si accovacciò dentro di me, lievemente rassicurata.
- Dio mio! Non si perdono poi del tutto… – disse mio padre.
C’era anche la mamma nella stanza e lo guardava come lui avrebbe potuto guardare me. C’era anche Menta.
- E’ sempre una brutta cosa! – io dissi.
Qui mio padre si voltò e subito il rimprovero dei suoi occhi bianchi mi saltò addosso, mi ricacciò nel dominio dove non c’erano altre vie d’uscita che la discoleria, la cattiveria, la disobbedienza. E fui per tutto il resto di quelle vacanze discolo, cattivo, disobbediente come non mai. L’anno appresso avevo conosciuto Tarquinio, e mi ero messo neifascisti per antipatia verso quel socialismo dal quale discendeva mio padre col suo odioso modo di ragionare.
Dissi a mia sorella:
- E’ spaventoso costringere la gente all’ignoranza per essere sicuri che non manchi chi faccia l’operaio. -
Mia sorella rispose:
- Non lo dici per invidia verso chi non va a scuola? -
Arrossii.
- Sei una stupida – dissi. – Tutti si ha poca voglia di studiare quando si è ragazzi, ma si studia in un modo o in un altro e ci si trova in grado di sapere tante cose… -
Parlavo con ardente sincerità. – Poi, da grandi, si è gente che ha studiato – dissi.
- Ti pare simpatica la gente che ha studiato? – disse mia sorella.
Qui mi rallegrai entro di me, eravamo d’accordo io e mia sorella, ma la cosa eccitava la mia logica di ragazzo.
- Bene – dissi. – Se la gente che ha studiato non è quasi mai simpatica, non lo è appunto per la sua posizione di gente che ha studiato. Quando togli loro di sotto i piedi questo piedistallo facendo studiare tutti… -
- Oh, io credo che gli operai siano simpatici perché non hanno studiato – disse mia sorella.»

Il garofano rosso

Nota:

Come tutti gli scrittori siciliani del novecento, anche Elio Vittorini abbandona la propra isola alla ricerca di una realizzazione personale che vada oltre il diploma di ragioneria, obbligato dal padre. Tuttavia, le origini siracusane e il legame con la Sicilia intingeranno parte delle sue opere, raggiungendo l’apice in “Conversazione in Sicilia”, rievocazione dell’infanzia vissuta nella propria terra. Scrittore borghese, Vittorini appartiene alla fascia di scrittori siciliani che, ormai influenzati dall’avanguardia politica, descrivono un Settentrione di colti, sempre più lontano dal Verismo di matrice verghiana.

(mc)

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