mercoledì , 18 ottobre 2017
Le news di Asterischi

Buon Compleanno Artemisia Gentileschi (08/07/1593)

 

« […]  la sibilla non è che uno strumento volto a far affiorare la verità alla bocca delle donne. Vedremo se persisterà nella sua testimonianza». Strizzò gli occhi caprini. «Mi chiedo che effetto potrà avere, stringere le corde, sulla capacità di un pittore di tenere in mano un pennello nel modo corretto». Avvertii dei crampi allo stomaco. »

«- Se una donna subisce uno stupro, deve aver fatto qualche gesto d’invito. Che stavate facendo? […] Avete sempre opposto resistenza?–

Cercai il viso di Agostino. Era immobile, come un dipinto. «Di’ qualcosa». Non più tardi di due mesi prima mi aveva detto che mi amava. «Agostino», lo supplicai, «non lasciare che mi facciano questo».

Abbassò lo sguardo e si pulì lo sporco dalle unghie. »

« – Cancella il dolore con i tuoi pennelli, cara. Dipingi sopra il dolore, finché non ne rimanga traccia. Non fare che la loro derisione ti carichi di vergogna. E’ quello che vogliono. Vogliono che tu avvizzisca e muoia e lo sai il perché? -

Scossi la testa, che ancora le appoggiavo sulle ginocchia.

- Perché il tuo talento è una minaccia. Promettimi che non pregherai come una penitente quando non hai alcun bisogno di esserlo. -

- Ma tutti pensano… -

- Non importa un fico secco quello che pensano. Roma non è tutto il mondo, Artemisia. Ricordalo. Pensa alla tua Susanna e i vecchioni. Quando quel dipinto sarà famoso, tutti conosceranno la tua innocenza -

- Come? -

- Perché in quel dipinto tu hai saputo rivelare il timore di Susanna di fronte alle laide occhiate di quei due uomini, la sua vulnerabilità e la sua paura. Dimostra che hai compreso come lei abbia lottato contro forze che andavano oltre il suo controllo. Oltre il suo controllo, Artemisia – ».

« Ricordai la mia delusione quando papà mi aveva fatto vedere la Giuditta di Caravaggio. Mentre segava il collo dell’uomo, era completamente passiva. Caravaggio aveva concentrato tutta l’emozione sull’uomo. Evidentemente, non riusciva a immaginare che una donna fosse in grado di pensare. Io invece volevo dipingere i suoi pensieri, se una cosa del genere era possibile: la determinazione, la concentrazione e la fede nell’assoluta necessità di quel gesto. Il destino del suo popolo era tutto nelle sue mani. Non il piacere nel compierlo, solo la necessità di doverlo fare. E anche i pensieri di Oloferne: la confusione, il terrore, il mondo divenuto incontrollabile. Sì, era qualcosa che conoscevo. »

« Volevo dare a Oloferne, nell’istante in cui aveva capito che stava per morire, la stessa espressione che aveva avuto Agostino quando lo avevo chiamato assassino. Volevo che la sua fronte fosse solcata da profondi avvallamenti, che gli occhi fossero dilatati, fissi per il terrore, ma ancora coscienti, col bianco visibile al di sotto delle pupille. Immersi il pennello nel marrone scuro. Dovetti piegare le dita per tenerlo più saldo e poterne avere il controllo nel tracciare la linea sottile attorno alle pupille. Le croste si spaccarono, ma non smisi di lavorare, entusiasta per quello che stava prendendo corpo sulla tela: quegli occhi scuri e pieni di terrore, che mi supplicavano.

Quando allontanai la mano, alcune gocce di sangue caddero sulle lenzuola bianche del letto di Oloferne. Il contrasto tra il rosso intenso e brillante e il bianco mi entusiasmò.

Spremendo, feci spillare altro sangue, godendo del dolore e lo feci cadere sotto la sua testa, mescolai del vermiglione e del ruggine per eguagliare quel rosso e ne aggiunsi altro. Torrenti di sangue. Una cascata di intenso cremisi, che imbeveva i drappeggi del ricco copriletto. Come il sangue che aveva imbevuto le mie maniche in tribunale. O il sangue che avevo cercato di tamponare dopo il primo stupro. E macchie di sangue sulle nocche di Giuditta. Se Roma era assetata di effetti spettacolari, effetti spettacolari le avrei dato. »

da La Passione di Artemisia di Susan Vreeland.

Susanna e i Vecchioni (1610). Pommersfelden, Germania

Giuditta e Oloferne (1612-1613).  Museo Nazionale di Capodimonte, Napoli.

Allegoria dell’Inclinazione (1615-1616). Galleria dei dipinti di Casa Buonarroti, Firenze.

Maria Maddalena come Malinconia (1625). Galleria Palatina di Palazzo Pitti, Firenze

 

Scena tratta da Artemisia. Passione estrema. (1997) di Agnès Merlet

Nota:

« Questa femina, come è piaciuto a Dio, havendola drizzata nelle professione della pittura in tre anni si è talmente appraticata che posso adir de dire che hoggi non ci sia pare a lei, havendo per sin adesso fatte opere che forse i prencipali maestri di questa professione non arrivano al suo sapere. »

Orazio Gentileschi , in Artemisia Gentileschi. La pittura della passione

« Chi penserebbe infatti che sopra un lenzuolo studiato di candori e ombre diacce degne d’un Vermeer a grandezza naturale, dovesse avvenire un macello così brutale ed efferato [...] Ma – vien voglia di dire – ma questa è la donna terribile! Una donna ha dipinto tutto questo? [...]che qui non v’è nulla di sadico, che anzi ciò che sorprende è l’impassibilità ferina di chi ha dipinto tutto questo ed è persino riuscita a riscontrare che il sangue sprizzando con violenza può ornare di due bordi di gocciole a volo lo zampillo centrale! Incredibile vi dico! Eppoi date per carità alla Signora Schiattesi – questo è il nome coniugale di Artemisia – il tempo di scegliere l’elsa dello spadone che deve servire alla bisogna! Infine non vi pare che l’unico moto di Giuditta sia quello di scostarsi al possibile perché il sangue non le brutti il completo novissimo di seta gialla? Pensiamo ad ogni modo che si tratta di un abito di casa Gentileschi, il più fine guardaroba di sete del Seicento europeo, dopo Van Dyck. »

Roberto Longhi su Giuditta e Oloferne da Gentileschi padre e figlia, in “L’Arte”, 1916

 

Inizi di un 1600 romano, strascichi dell’entusiasmo rinascimentale, Chiesa e desii di affermazione umana s’intrecciano ai contrasti di luce e buio che smascherano il candore macchiato degli uomini, si caricano di passione e mettono a nudo la miseria del moralismo, delle sue vittime e dei suoi carnefici. Artemisia Gentileschi conosce quella passione, ne vive l’ardore e ne soffre il dolore. Il personaggio di Artemisia è di certo uno dei più conturbanti della storia e dell’arte, distaccato proprio per sottolineare da un lato il dramma di una donna all’interno di una storiografia maschile e, dall’altro, l’esaltazione spesso sdegnata della pittrice caravaggesca. Artemisia ha quel talento e sensibilità che la renderanno irresistibile agli occhi di uomini semplici troppo abituati alla semplicità, possiede quella forza e tenacia che la faranno perseverare nella ricerca di un’affermazione, merito e riscatto delle condanne stigmatizzatele sulla pelle.

Martire? Santa? Prostituta? Ma in fondo, cos’è allora una donna se non l’insieme delle sue contraddizioni?

(ss)

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