martedì , 23 maggio 2017
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Brancati, ovvero la comicità del fascismo

Cos’è la comicità? Un’arte istrionica o una semplice predisposizione goliardica? E dunque –largo ai quesiti- chi è, in verità, il comico? “Uno scrittore, che sia rimasto immune dalla legnosità generale, non può, se presta attenzione alla società che lo circonda, non essere comico”. Così scrive Vitaliano Brancati, scrittore fortemente incline all’umorismo e al paradosso, perennemente in bilico tra il pungente giornalismo novecentesco dalla battuta sempre pronta e la grande tradizione classica umoristica. L’ironia brancatiana è una miscela di elementi ben temperati, che si sposano perfettamente con la sua espressa “meridionalità”. Brancati spoglia la sua comicità dal nichilismo e dall’emblematica riflessione teorica, tipica del Novecento e del filone pirandelliano, eludendo lo scatto intellettualistico e protendendosi, invece, verso un’ironia più essenziale e pragmatica. Ma per il nostro autore siciliano la pratica umoristica si declina soprattutto nella rivelazione della futilità di gesti e comportamenti sociali; una disposizione autoriale, quella di Brancati, che cerca ardentemente un varco di luce e uno svincolo dal contorto labirinto dell’ufficialità e della propaganda politica del suo tempo. Ardua impresa, poiché la “stupidità pubblica” è proprio uno degli elementi incongrui che fanno scattare il riso (spesso amaro) nelle sue opere.

L’uomo comune è stupido nelle sue scelte politiche, nei suoi comportamenti diffusi, nel suo piegarsi al volere della massa ed è, per questo, inevitabilmente comico, amaramente divertente. La massificazione, sottolinea l’autore, è un fenomeno di detrazione dell’intelligenza, che paradossalmente esalta l’individuo, il quale vede il suo agire amplificato, proiettato in un contesto più ampio e convenzionalmente accettato; si è “uguali” agli altri e, dunque, universali. Brancati coglie e descrive l’assurdità comica dell’uniformità dei comportamenti imposti dal totalitarismo, quella meccanizzazione fisica, prima ancora che morale, che rende l’individuo una marionetta nelle mani del suo mangiafuoco, del suo dittatore.

Ne L’uomo a molla, lo scrittore ci conduce con irriverenza ed essenzialità nell’universo di una società totalitaria, asservita, in cui l’emozione collettiva e spersonalizzata di fronte alla semplice vista del proprio dittatore è supportata da un cerimoniale meccanico, disumano, inesorabilmente comico: Brancati pensa ai saluti degli uomini in divisa, alle loro parate, a quella “felicità d’obbligo ostentata sulla faccia” che li rende degli automi, degli autentici fantocci.

In alcuni racconti del più celebre Vecchio con gli stivali lo scatto satirico, a volte aggressivo, avviene con storie di personaggi bizzarramente mediocri, vittime dell’attivismo politico, descritti da Brancati con ironica partecipazione: c’è il Giuseppe Gandolfo di La doccia, che da una media di dieci docce al giorno passa alla sporcizia totale, in un moto di espiazione dei peccati della guerra sostenuta dal regime o l’Aldo Piscitello dell’omonimo Vecchio con gli stivali, il mediocre e goffo impiegato avventizio che si iscrive al fascio nel vano tentativo di ottenere una promozione. Brancati ci offre lampi di realtà ridotta, un’osservazione divertita della stupidità di quegli anni. Il lettore brancatiano può apprezzare una comicità elegante, discreta, che ci ricorda quella del mito cinematografico di Chaplin e la sua suggestiva pellicola Il grande dittatore, in cui il pallone con cui si diletta il protagonista non è altro che il nostro mondo, passivamente nelle mani del dittatore di turno. Un’amara trasposizione di una situazione che oggi, con dittature conclamate o camuffate, non sembra poi così cambiata.

(lc)

Informazioni su Laura Coletta

Laura Coletta
Classe 1988, Caserta. Laureata in lingue e letterature straniere, si sta specializzando in traduzione letteraria. Vive di grandi passioni, caute aspettative e affetti autentici. Può bastare.

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