mercoledì , 20 settembre 2017
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Bobby Fischer: non basta una scacchiera

Inutile ripeterci. A noi Bobby Fischer piace talmente tanto che godiamo di ogni occasione per celebrarne la storia. L’8 gennaio del 1958 questa leggenda assoluta della scacchiera vinse il campionato “interzonale” degli States (una specie di torneo nazionale) quando non aveva ancora compiuto 15 anni. Da questo giorno in poi la sua carriera sarebbe stata fulminante, ma mai lineare. Sul tetto al mondo poco prima di divenire trentenne, battendo Boris Spasskij in quello che la storia avrebbe poi rinominato come il match del secolo, Bobby Fischer sembra seguire una trama da romanzo senza lieto fine.

Diventare campione del mondo di scacchi negli anni ’70 significa essere, innanzitutto, un eroe nazionale, nonostante in tutta la sua vita non avrebbe mai mostrato un particolare afflato patriottico. Tuttavia ci si ritrovò in mezzo. Nella finale del 1972 riuscì a battere uno dei maestri sovietici in piena guerra fredda, dopo l’investitura ricevuta – si narra – addirittura da Henry Kissinger, il potentissimo segretario di Stato americano, che, capendo bene di politica, intuì l’effetto mediatico che avrebbe avuto una sfida coi russi, con discrete possibilità di vittoria, su un terreno, quello delle sessantaquattro case, che era per tradizione esclusivamente loro.

Nel 1975 rinunciò a difendere il titolo contro Karpov e poi scomparve per circa vent’anni. Riapparve negli anni ’90 per giocare una sfida nostalgia contro Spasskij nella ex Jugoslavia nonostante l’embargo sancito dall’ONU. Fischer giocò comunque (sputando in piena conferenza stampa su un documento del Dipartimento di stato americano che gli intimava di non partecipare all’incontro) e quello sarebbe stato il suo ultimo match ufficiale. Ricercato dagli americani tornò nell’ombra vivendo per un periodo anche in Giappone, prima di trovare asilo politico in Islanda dove sarebbe scomparso nel 2008. Proprio a Reykjavík, dove nel 1972 si era issato sul tetto del mondo, si chiuse la sua vita.

Inutile pensare ad un Bobby Fischer senza una scacchiera appresso: l’americano è un luogo comune degli scacchi. Amici e testimonianze dirette ricordano come fino alla fine, sebbene non giocasse in pubblico da decenni, la sua visione di gioco fosse assolutamente geniale. Fu un innovatore anche sul piano strettamente tecnico del gioco. Fischer iniettò la leggenda nella storia degli scacchi, che pure avevano già avuto personaggi estremi e incredibili.

Trailer ufficiale di Bobby Fischer Against the world (2011) di Liz Garbus

Un bel lavoro sulla vita dell’americano è giunto di recente anche in Italia col documentario Bobby Fischer Against the world (2011) di Liz Garbus. A seguire d’un fiato la vita di Fischer – il genio, la caduta, le manie, le dosi di misantropia e misoginia, la paranoia d’un complotto giudaico e molto altro ancora – si resta interdetti, confusi. Ma l’amore si concede senza remore, di solito.

Lettera di Boris Spasskij al Presidente degli Stati Uniti per chiedere la liberazione di Bobby Fischer

«Signor Presidente,

nel 1972 Bobby Fischer divenne un eroe nazionale. Mi sconfisse nel match per il campionato del mondo a Reykjavík, sbaragliando l’armata dei grandi scacchisti sovietici. Un solo uomo sconfisse un’intera armata. Poco dopo, Fischer smise di giocare. In questo, rievocò la triste storia di Paul Morphy che, a ventuno anni, creò intorno a sé un’aura di leggenda sconfiggendo tutti i principali maestri europei e aggiudicandosi ufficiosamente la palma di campione del mondo. Poi smise di giocare e la sua esistenza si concluse tragicamente a New Orleans nel 1884, quando aveva solo quarantasette anni. Nel 1992, vent’anni dopo Reykjavík, avvenne il miracolo. Bobby ricomparve e disputammo un match in Jugoslavia. Tuttavia, in quel periodo, era in vigore contro la Jugoslavia un regime di sanzioni che impediva ai cittadini americani di intraprendere qualunque tipo di attività nel territorio di quel paese. Bobby violò le disposizioni del Dipartimento di Stato e il 15 dicembre 1992 la corte distrettuale degli USA emise contro di lui un mandato di arresto. Io invece sono cittadino francese dal 1998 e il governo non ha intrapreso alcuna misura contro di me. Dal 13 luglio 2004, Bobby è detenuto nel carcere dell’aeroporto di Narita per violazione delle leggi sull’immigrazione. Gli eventi sono stati riportati dai media. La legge è legge, non lo metto in dubbio, ma quello di Fischer non è un caso comune. Bobby ed io siamo amici dal 1960, quando vincemmo ex aequo al torneo di Mar-del-Plata. Bobby ha una personalità tormentata, me ne accorsi subito: è onesto e altruista, ma assolutamente asociale. Non si adegua al modo di vita di tutti, ha un elevatissimo senso della giustizia e non è disposto a compromessi né con sé stesso né con il prossimo. È una persona che agisce quasi sempre a proprio svantaggio. Non voglio difendere o giustificare Bobby Fischer. Lui è fatto così. Vorrei chiederle soltanto una cosa: la grazia, la clemenza. Ma se per caso non è possibile, vorrei chiederle questo: la prego, corregga l’errore che ha commesso François Mitterrand nel 1992. Bobby ed io ci siamo macchiati dello stesso crimine. Applichi quindi le sanzioni anche contro di me: mi arresti, mi metta in cella con Bobby Fischer e ci faccia avere una scacchiera.»

(rrb)

Informazioni su Rosario Battiato

sopravvive soltanto a temperature basse e in ambienti chiusi. Ha studiato Storia, ma ha la tendenza a fare il giornalista e a costruire un pastiche al giorno. Fondatore di Asterischi.

Un commento

  1. Bobby Fischer è leggenda, gigante della storia.
    Memoria assoluta, solitudine assoluta, follia assoluta, genio assoluto.

    Grazie per l’articolo, il documentario è invece un po’ fazioso, e non porta molto nuovo materiale oltre alle speculazioni che già si conoscevano, ma che restano speculazioni.

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