domenica , 20 agosto 2017
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Auguste Dupin non gioca a scacchi

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Abbozzare un rapporto profondo con gli scacchi dopo aver letto I delitti della Rue Morgue non è semplice, perché la seconda azione, inevitabilmente, aggredirebbe la prima. In questo racconto Poe scrive di un delitto incredibile avvenuto in una stanza chiusa, mentre lancia i suoi strali sulla fraintesa capacità analitica di chi gioca a scacchi. Oggi ricorre l’anniversario della sua prima pubblicazione (20 aprile 1841) e cogliamo l’occasione per raccontarvi il manifesto (e ingiusto) disprezzo dell’americano nei confronti del nobil gioco.

Alcuni critici lo considerano il primo racconto poliziesco della storia della letteratura. Tuttavia i motivi per ricordarlo e per continuare a rileggerlo sono diversi. In questa storia Poe ci presenta uno dei suoi personaggi più longevi: l’investigatore Auguste Dupin, protagonista del racconto, avrà epigoni, ammiratori e innamorati ancora fino ad oggi. Ma le ragioni, come si diceva, sono molteplici e di certo I delitti non ha bisogno dell’ennesimo elenco dei suoi splendori. Ha necessità, invece, che si ricordi che Auguste Dupin non giocava di certo a scacchi, perché il suo creatore non l’avrebbe permesso. All’apertura della storia, infatti, l’americano mette immediatamente le mani avanti: comincia tessendo l’elogio delle facoltà analitiche che, però, non riguardano gli scacchi. A vincere, secondo Poe, è la tanto snobbata semplicità della dama.

«Un giocatore di scacchi, ad esempio, calcola, senza ricorrere all’analisi. Ne consegue che il gioco degli scacchi, per quanto concerne il suo effetto sull’abito mentale, è completamente frainteso. Non sto scrivendo un trattato, ma semplicemente premettendo alcune osservazioni fatte un po’ a casaccio a una narrazione piuttosto singolare; colgo pertanto l’occasione per sostenere che le facoltà superiori dell’intelletto riflessivo vengono messe alla prova più decisamente e con maggiore utilità dal più modesto gioco della dama che dall’elaborata vacuità degli scacchi. In quest’ultimo gioco, dove i pezzi hanno movimenti diversi e “bizzarri”, secondo valori vari e variabili, quanto è solo complicato passa (errore tutt’altro che insolito) per profondo. Vi si esige un’attenzione davvero straordinaria. Ove essa si allenti per un attimo, ne conseguirà una svista comportante un danno o una sconfitta. Poiché le mosse possibili non sono solo molteplici, ma anche complesse, le occasioni per simili sviste si moltiplicano, e nove volte su dieci chi vince non è il giocatore più sottile, ma quello capace di maggior concentrazione. A dama, al contrario, dove le mosse sono di un unico tipo e scarse le variazioni, le probabilità di distrazione sono minori, e poiché la mera attenzione viene impiegata solo relativamente, i risultati ottenuti da entrambi gli avversari sono da attribuirsi a un acumen maggiore. Ma lasciamo le astrazioni. Immaginiamo una partita a dama dove i pezzi siano ridotti a quattro-dame, e dove, naturalmente, non sia probabile alcuna svista. È chiaro che qui la vittoria sarà decisa (dal momento che i giocatori si equivalgono) solo da una mossa recherchée, risultato di un poderoso sforzo dell’intelletto. Privato delle consuete risorse, l’analista penetra nello spirito dell’avversario, si identifica con esso, e non di rado vede così, con una sola occhiata, l’unico metodo (talora assurdamente semplice) con cui può indurre l’altro in errore o fargli fare, per la fretta, un calcolo sbagliato».

In realtà su una scacchiera è tutto prevedibile in ogni caso. Il numero dei pezzi e le differenti mosse associate servono appunto ad aumentarne la variabilità e quindi la possibilità di calcolo. Ma Poe insiste e arriva a esaltare addirittura il whist, gioco carte in voga due secoli fa, piuttosto che concedere una minima chance agli scacchi.

«Da lungo tempo il whist è apprezzato per l’influenza che esso esercita su quella che viene definita capacità di calcolo; e si sa che uomini di altissimo intelletto ne hanno tratto un diletto apparentemente inspiegabile, mentre hanno disdegnato gli scacchi come gioco frivolo. Senza dubbio non v’è tra i giochi nulla che impegni a tal punto la facoltà di analisi. Il miglior giocatore di scacchi della cristianità sarà il miglior giocatore di scacchi o poco più; ma l’abilità al whist implica una probabilità di successo in tutte quelle imprese tanto più importanti in cui una mente si trova a lottare con un’altra mente. Quando dico abilità, intendo quella perfezione di gioco che implica la conoscenza di tutti i mezzi da cui possa trarsi legittimo vantaggio».

Il bostoniano è chiaro: il giocatore di scacchi è attento perché è quello che pretende la meccanica del gioco, ma «è nei casi che si collocano fuori delle pure e semplici regole che si manifesta l’abilità dell’analista. In silenzio, egli fa una quantità di osservazioni e deduzioni; lo stesso, forse, fanno i suoi compagni di gioco; ma la differenza nella portata delle informazioni così ottenute non consiste tanto nella validità della deduzione quanto nella qualità dell’osservazione. Quel che e necessario sapere è che cosa bisogna osservare».

Per Poe gli scacchi sono stati una vera ossessione. Riprende il tema in un saggio che si chiama Il giocatore di scacchi di Maelzel. E anche in questo lavoro la tesi, ampliata e approfondita, è la stessa: a scacchi si vince per distrazione e quindi se esistesse una macchina in grado di giocare a scacchi non potrebbe mai perdere. Oggi sappiamo benissimo che non è affatto così e che i grandi maestri hanno vinto e perso contro macchine costruire apposta per giocare a scacchi e non per distrazione, ma per una questione di calcoli e variabili complesse (per approfondire c’è questo interessante articolo di scuolafilosofica.com).

Per quanto ci riguarda E. A. Poe gode dell’immunità del mito, ma è cosa risaputa che fosse più bravo a dama che a scacchi.

Informazioni su Rosario Battiato

sopravvive soltanto a temperature basse e in ambienti chiusi. Ha studiato Storia, ma ha la tendenza a fare il giornalista e a costruire un pastiche al giorno. Fondatore di Asterischi.

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