giovedì , 27 aprile 2017
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Albert Fish: tutti i serial killer in uno

“Non so ancora perché sono qui”.

Frase pronunciata da Albert Fish prima di morire sulla sedia elettrica

Maggio è il suo mese, perché c’è nato e ha cominciato la sua attività criminosa. E stavolta è tutto vero. Non stiamo parlando di Hannibal Lecter, il celebre criminologo cannibale dei romanzi di Thomas Harris, ma del meno noto e chic Albert Fish, altrimenti bonariamente detto il Vampiro di Brooklyn o Il Maniaco della Luna. La sua storia, morbosamente eretta su una scia di morte, sangue e sofferenza, è stata un patrimonio per schiere di scrittori e musicisti, persino per Stephen King, l’uomo, per antonomasia, con una vena creativa quasi inesauribile.

Le cifre di Albert Fish sarebbero veramente impressionanti, se si prestasse fede alle sue parole. Sebbene si sia inizialmente attribuito centinaia di omicidi – spesso i serial killer hanno la tendenza a gonfiare il numero delle loro vittime per esaltare la loro opera – è stato in realtà condannato “solo” per cinque, sebbene sia stato fortemente sospettato di altri. Salutò la vita sulla sedia elettrica commentandola, almeno così vuole la leggenda, come la più “grande emozione della sua vita”.

Perché Fish è così importante nella storia dei serial killer americani al punto da esserne il più noto cannibale e da aver ispirato la figura dell’assassino Pescatore (The Fisherman) de La casa nel buio di King e Straub o da comparire come pupazzo di cartapesta ne La Casa dei 1000 Corpi (2003) di Rob Zombie?

La storia di Fish, considerato dagli studiosi meritorio di entrare nell’elenco dei venti serial killer americani più pericolosi di tutti i tempi, addensa in un unico corpo perversioni e malattie che nel corso del Novecento il cinema e la letteratura avrebbero cautamente distribuito su svariati personaggi. Proprio per non mettere troppa carne al fuoco. In carcere le autorità stilarono un rapporto in cui gli erano addebitate ben diciotto perversioni.

La sua vita è proprio da maniaco cinematografico: nato nel 1870 in una rispettabile famiglia di Washington D.C. con diversi parenti afflitti da disordini mentali il giovane Fish cresce vessato a scuola e nella vita. Sposa una donna di nove anni più giovane che lo tradisce, fugge via, e ritorna a casa con l’amante che nasconde in soffitta. Dopo la scoperta dell’amante e il conseguente litigio la sua ormai ex moglie abbandona definitivamente casa, e Fish, in cui si cominciano ad evidenziare i primi segni di squilibrio, – almeno secondo il racconto dei suoi figli – crede di essere Gesù Cristo. L’ossessione si allarga fino a comprendere una dimensione esclusivamente punitiva dell’esistenza: obbliga i suoi figli e i loro amici a sculacciarlo fino a fargli sanguinare le natiche. Da solo si infila anche degli aghi nell’inguine, ed infatti una radiografia effettuata in prigione ne individuò ben 29 nella regione pelvica. Altri racconti riportano dei batuffoli di cotone incendiari infilati nell’ano. Il culto del dolore sarebbe continuato per tutta la sua vita, sebbene si narra che lo stesso Fish ogni tanto avesse a dichiarare: “Se almeno il dolore non fosse così doloroso”. In carcere rilevarono anche la sua coprofagia.

Da qui al fraintendimento della realtà il passo è assai breve. Dio, a suo dire, gli aveva commissionato di andare in giro per il Paese a castrare dei ragazzini. Fortunatamente il suo vanto di aver molestato centinaia di adolescenti non fu mai provato. Venne giustiziato, quando aveva compiuto già cinque omicidi provati, il 16 gennaio del 1936 nel carcere di Sing Sing.

Da lui e dalle sue malattie, come avrete notato, discendono alcuni dei più noti killer di cartapesta dei nostri tempi, poiché sviscerato il male dalla sua esistenza la contemporaneità ha salvato la sua anima pop, come testimone della malattia del Novecento.

(rrb)

Informazioni su Rosario Battiato

sopravvive soltanto a temperature basse e in ambienti chiusi. Ha studiato Storia, ma ha la tendenza a fare il giornalista e a costruire un pastiche al giorno. Fondatore di Asterischi.

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