domenica , 20 agosto 2017
Le news di Asterischi

Personaggio in cerca d’autore: Arturo

(Immagine tratta da L’Isola di Arturo, 1962, di Damiano Damiani)

Nome: Arturo Gerace

Madre: Elsa Morante

Professione: Scrittore e padrone dell’isola di Procida.

L’infanzia (felice?) : «La mia infanzia è come un paese felice, del quale lui (Wilhelm Gerace) è l’assoluto regnante! Egli era sempre di passaggio, sempre in partenza; ma nei brevi intervalli che trascorreva a Procida, io lo seguivo come un cane. Dovevamo essere una buffa coppia, per chi ci incontrava! […] quand’eravamo insieme, cercavo sempre l’occasione di mostrarmi valoroso e impavido ai suoi occhi. Attraversavo a piedi nudi, quasi volando sulle punte, le scogliere arroventate dal sole; mi tuffavo nel mare dalle rocce più alte; mi davo a straordinarie acrobazie acquatiche, a esercizi vistosi e turbolenti, e mi mostravo esperto in ogni sistema di nuoto, come un campione; nuotavo sott’acqua fino a perdere il fiato, e riaffiorando riportavo delle prede sottomarine: ricci, stelle di mare, conchiglie. Ma inutilmente, spiando verso di lui da lontano, io cercavo nel suo sguardo l’ammirazione, o almeno l’attenzione. Sedeva a riva senza badarmi.

[…] Allora, ero preso da una compassione quasi fraterna di me stesso. Tracciavo sulla rena il nome: ARTURO GERACE aggiungendo È SOLO; e ancora, di seguito, SEMPRE SOLO. »

Il Codice della Verità Assoluta: « Fra i molti insegnamenti, poi, che ricevevo dalle mie letture, spontaneamente io sceglievo i più affascinanti, e cioè quegli insegnamenti che rispondevano meglio al mio sentimento naturale della vita. Con essi, e in più con le prime certezze che m’aveva già ispirato la persona di mio padre, si formò dunque nella mia coscienza, o fantasia, una specie di Codice della Verità Assoluta, le cui leggi più importanti si potrebbero elencare così:

I. L’AUTORITÀ DEL PADRE E’ SACRA!

II. LA VERA GRANDEZZA VIRILE CONSISTE NEL CORAGGIO DELL’AZIONE, NEL DISPREZZO DEL PERICOLO, E NEL VALORE MOSTRATO IN COMBATTIMENTO.

III. LA PEGGIOR BASSEZZA È IL TRADIMENTO. SE POI SI TRADISCE IL PROPRIO PADRE O IL PROPRIO CAPO, O UN AMICO ECC., SI ARRIVA ALL’INFIMO DELLA VILTÀ!

IV. NESSUN CONCITTADINO VIVENTE DELL’ISOLA DI PROCIDA È DEGNO DI WILHELM GERACE E DI SUO FIGLIO ARTURO. PER UN GERACE DAR CONFIDENZA A UN CONCITTADINO SIGNIFICHEREBBE DEGRADARSI.

V. NESSUN AFFETTO NELLA VITA UGUAGLIA QUELLO DELLA MADRE.

VI. LE PROVE PIÙ EVIDENTI E TUTTE LE ESPERIENZE UMANE DIMOSTREREBBERO CHE DIO NON ESISTE. »

L’incantesimo di Procida: « Io, come non credevo in Dio e nelle religioni, così non credevo neppure nella vita futura e negli spiriti dei morti. Tuttavia ogni volta che ricorrevo a mia madre, essa si presentava naturalmente ai miei pensieri. Finché ero un ragazzino, io mi rivolgevo a lei tutte le volte che gli altri pregano, come un sentimentale. Mia madre andava sempre vagando sull’isola, e era così presente, là sospesa nell’aria, che mi pareva di conversare con lei, come si conversa con una ragazza affacciata al balcone. Essa era uno degli incantesimi dell’isola. Forse per questo, appena, andando in barca, io m’allontanavo un poco sul mare, subito mi prendeva un’amarezza di solitudine, che mi faceva tornare indietro. Era lei che mi richiamava, come le sirene. »

Le stagioni: « Le serate invernali, e i giorni di pioggia, io li occupavo con la lettura. Dopo il mare, e i vagabondaggi per l’isola, la lettura mi piaceva più di tutto. Per lo più leggevo in camera mia, sdraiato sul letto, o sul canapè, con Immacolatella ai miei piedi. Il mio letto, nelle notti d’inverno, era freddo gelido: e per riscaldarmi, io non avevo che addormentarmi abbracciato con Immacolatella.

D’estate il tempo si manteneva bello e, seguitando le usanze di quando vivevo in solitudine, io per solito uscivo alla mattina, con un grosso pezzo di pane e formaggio, e non rientravo fino a buio. Mi portavo appresso anche un libro, e, quando ero stufo di vagabondare, me ne andavo al Caffè del Porto, quello tenuto dalla vedova che preparava il caffè alla turca nella cuccuma di smalto. Leggendo, poi, tenevo sempre in mostra sul tavolino del caffè un pacchetto di sigarette Nazionali, che avevo acquistato di recente, ma che, tuttavia, lasciavo intatto: difatti, in passato, talvolta avevo tratto qualche boccata di fumo dalle cicche di mio padre, e giudicavo il tabacco assai nauseabondo. »

Crescere: « La mia statura, a quell’epoca, non oltrepassava di molto il metro, e i miei capelli neri, ricciuti come quelli di uno zingaro, non avevano mai conosciuto il barbiere.

[…] Aspetta d’esser cresciuto, per partire con me. Ebbi un pensiero di rivolta contro l’assolutezza della vita, che mi condannava a percorrere una Siberia sterminata di giorni e di notti prima di togliermi a questa amarezza: d’essere un ragazzino. Dall’impazienza, in quel momento, mi sarei perfino assoggettato a un lunghissimo letargo, che mi facesse attraversare senza accorgermene le mie età inferiori, per ritrovarmi, d’un tratto, uomo, pari a mio padre.

[…] Io voglio leggere tutti i libri di scienza e di vera bellezza: mi farò istruito come un grande poeta! E per il resto, quanto a forza, per quella sono a posto: posso fare qualsiasi esercizio, ho incominciato a addestrarmi da quando avevo sette o otto mesi. Ancora un paio d’estati, e voglio vedere chi ce la fa, contro di me: si presentasse pure un campione internazionale! Poi, alla prima occasione, devo imparare l’uso delle armi, e avvezzarmi a combattere. Appena avrò l’età, io, dovunque si combatte, andrò volontario, per fare la mia prova! Voglio compiere delle azioni gloriose, da fare imparare il mio nome a tutti quanti! Questa parola: Arturo Gerace si deve conoscere per tutti i paesi!

[…]non mi curavo molto della ragione e del torto. Ciò che volevo, io, intanto, era di combattere per imparare a combattere, come un samurai dell’Oriente. Il giorno che fossi stato padrone sicuro del mio valore, avrei scelto la mia causa. Ma per arrivare a tale padronanza, dovevo passare una prova. La prova che mi si offriva era questa guerra; e io non volevo mancarla, non mi curavo d’altro. c’era una sfida in sospeso fra me e la morte. Come certi ragazzini diffidano del buio, così io della morte: e della morte sola! Questo schifo della morte mi avvelenava la certezza della vita. E finché io non avessi imparato la spensieratezza della morte, non potevo sapere se veramente ero cresciuto. Peggio: se ero un valoroso, o un vigliacco. »

Tenerezze: « Oltre che di adulazioni, io vivevo del tutto digiuno di baci e di carezze: e questo, per l’orgoglio, era un onore. Ma talvolta, specie durante le sere, quando mi ritrovavo solo fra i muri di una stanza, e incominciavo a rimpiangere la madre, per me madre significava precisamente: carezze. […]Per quanto ricordo, io, al tempo di cui parlo, non avevo mai dato, né ricevuto baci da nessuno. Avrei voluto che mio padre mi desse un bacio, sia pure senza svegliarsi del tutto, nella confusione del sonno, e per isbaglio; o, almeno, avrei voluto io dargli un bacio; ma non osavo.

[…] e intanto ella si andava discostando impercettibilmente da me: ciò era come confessarmi che le batteva il cuore… All’improvviso la strinsi, baciandola in bocca. Le sue labbra avevano un sapore freddo, marzolino; e la prima sensazione che ne ebbi non mi parve molto diversa da quella che si prova mordicchiando un’erba, o assaggiando dell’acqua di mare. Il mio pensiero in quel primo istante, era: «Dunque, adesso, anch’io conosco i baci! Questo è il mio primo bacio!». Da quando l’avevo baciata, io non potevo rivederla senza provare un batticuore mortale. Quest’ansia poi mi diventava, in presenza di lei, anche uno struggimento, quasi un’amarezza d’ingiustizia, e una rabbia. Il fatto era questo: che di tutti gli innumerevoli minuti che componevano il nostro passato comune, io, rivedendola, ne ricordavo uno solo: quello in cui l’avevo baciata. Avevo la sensazione (tanta era la sua paura) che, se l’avessi abbracciata e baciata un’altra volta, l’avrei uccisa!. »

Le donne: « In quei giorni, m’ero messo a scrivere delle poesie. Mi ricordo che una, della quale mi sentii orgoglioso come di una lirica quasi sublime, era intitolata Le Donne dormienti e conteneva, fra gli altri, i seguenti versi:

La Beltà delle Donne comparisce alla sera

come i fior notturni, i superbi gufi

dal Sol fuggenti,

e i grilli, e la Luna, regina di stelle.

Ma le Donne non sanno, poiché stan dormienti

qual eccelse Aquile nei loro nidi

che là, in una rupe, chiudon l’ali

fra respiri silenti.

E niuno forse mai vedrà

la lor grande Imago di Beltà!…

[…] Facendo un’eccezione per la Maternità di mia madre, nulla, nell’oscuro popolo delle donne, mi pareva importante; e non m interessava molto d’indagare i loro misteri. Tutte le grandi azioni che m’affascinavano sui libri erano compiute da uomini, mai da donne. L’avventura, la guerra e la gloria erano privilegi virili. Le donne, invece, erano l’amore. »

(S)Conoscersi: « Forse, davvero io, mentre mi credevo innamorato di questa o quella persona, o di due o anche tre persone insieme, in realtà non ne amavo nessuna. Il fatto è che, in generale, io ero troppo innamorato dell’innamoramento: questa è sempre stata la vera passione mia! Così dunque la vita è rimasta un mistero. E io stesso, per me, sono ancora il primo mistero! »

(ss)

Informazioni su asterischi

asterischi

Un commento

  1. Arturo.. che ragazzino estremista e fuori dalla realtà. O forse totalmente immerso nella sua, di realtà; fatta di un padre meraviglioso e di lucertole azzurre. Elsa Morante veste i panni di un ragazzino senza tradire mai, i suoi effettivi panni di donna adulta. Grazie per le citazioni

Inserisci un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.Campi obbligatori *

*

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>

shared on wplocker.com