mercoledì , 20 settembre 2017
Le news di Asterischi

Personaggio in cerca d’autore: Jane Eyre


Foto di (db)

Nome e cognome: Jane Eyre

Madre: Charlotte Brönte

Gli affetti noncuranti: «“Prima di tutto non ho padre, né madre, né fratelli o sorelle.”», «… mio zio, il fratello di mia madre: mi aveva accolta in casa sua quando, in tenerissima età, ero rimasta orfana dei genitori. Negli ultimi istanti, egli aveva chiesto alla signora Reed la promessa di allevarmi e di mantenermi come uno dei suoi figli.», «“Povera bambina”, diceva Bassie, “non ha proprio avuto fortuna. Suo padre era un povero pastore, e sua madre lo sposò contro il volere della famiglia, così che il nonno Reed, irritato dalla sua disubbidienza, la diseredò. E morirono di tifo, insieme, durante un’epidemia […]”», «“Non mi vogliono bene qui; dicono che valgo meno di una serva”»

Gli “antichi terrori d’infanzia”: «Le tirannie subite per causa di John, l’altezzosa indifferenza delle due cuginette, l’avversione della loro madre, la parzialità dei servi riaffiorarono in quel momento alla mia mente. Perché dovevo sempre soffrire? Perché dovevo sempre essere umiliata, accusata, condannata? “È ingiusto”, diceva la mia ragione stimolata dall’angoscia. »

“Un’alba grigia”: «La mattina del 19 gennaio lasciai Gateshead. Non c’era che Bassie a salutarmi. […] Del viaggio, ricordo ben poco; so soltanto che quel giorno mi parve interminabile. […] Mi guardai attorno; pioveva; causa il vento e l’oscurità si vedeva ben poco, ma riuscii a distinguere un muro e una porta. Seguii la mia guida, la porta venne richiusa e, al di là del giardino, potei scorgere una casa con molte finestre illuminate. […] “Sai dirmi esattamente dove siamo? Che cos’è quest’istituto Lowood?” “La casa nella quale sei venuta ad abitare”»

Il limbo esistenziale (e le sue perdite): «Il primo trimestre che trascorsi a Lowood mi parve lungo un secolo, e non certo un secolo d’oro: dovetti sostenere una lotta pesante contro ogni genere di difficoltà per adattarmi ai nuovi doveri di una vita ingrata; ma l’amicizia di Helen e la volontà accanita che io ponevo in tutto ciò che si richiedeva da me, riuscirono a farmeli sembrare tollerabili.», «[…] ero là, in alto, in vista di tutti, proprio io che non riuscivo a sopportare l’idea di essere messa sola in mezzo alla camera. Ma in quel momento Helen mi passò accanto e alzò verso di me i suoi lucenti occhi: questo mi bastò, mi sentii rincuorata; mi parve che un’eroina, passando vicina ad una schiava o ad una vittima, le avesse infuso in quell’istante forza, sicurezza, dignità per sempre.», «[…] Quella sera ci sembrò di nutrirci di nettare e d’ambrosia, e non ultimo motivo di contentezza era per noi il sorriso di soddisfazione con cui la signorina Temple ci stava ad osservare.», «Prima che giungesse maggio, scoppiò nell’istituto un’epidemia di tifo […] Accanto al letto della signorina Temple ve n’era un altro su cui giaceva Helen. […] Mi accostai al letto e l’abbracciai, pensando che tutti dovevano ingannarsi: ella era troppo calma per essere prossima alla morte. […] Dopo un silenzio di alcuni minuti, Helen mi parlò, come a conclusione di un suo lungo pensiero. […] “Buona notte, Jane” […] Il dì seguente seppi che la signorina Temple, tornando verso l’alba in camera sua, mi aveva trovata addormentata nel lettuccio, con le braccia attorno al collo di Helen, la quale era morta.», «Un giorno anche la signorina Temple se ne andò. […]  per me, fu quello il momento cruciale della mia giovinezza. Avevo diciott’anni; all’ombra della signorina Temple ogni lavoro, come scolara e come insegnante, mi era stato addolcito dalla sua presenza, dalla sua comprensione […] io sentivo che quello era ormai un mondo chiuso per  me, senza più echi di pensiero e d’affetto.»

Verso “nuove speranze”: «“Se J.E., che ha pubblicato un annuncio sul giornale di Lowton, possiede i requisiti indicati e se è in grado di fornire informazioni soddisfacenti sul suo carattere e sulle sue capacità, le è offerto un posto presso una bambina di meno di dieci anni. Il salario è di trenta sterline annue. J.E. è pregata di inviare referenze, nome, indirizzo e tutte le indicazioni utili alla signora Fairfax, Thornfield” […] Nei giorni che seguirono, mi occupai dei preparativi. Lowood mi appariva già distaccato, nella memoria, e trasfigurato nella dolcezza di nuove speranze.»

Il ritratto del padrone di Thornfield: «Un sorriso gli errava sulle labbra e gli occhi gli scintillavano. […] gli restava tuttavia ancora qualcosa di torvo nella testa massiccia, nei duri lineamenti, nello sguardo scuro», «[…] Le idee che mi ispirava eccitavano in me nuove fantasie, perché, entrando con lui in mondi sconosciuti, non vi trovavo nulla che potesse turbarmi. Poi i suoi modi disinvolti scioglievano la mia riservatezza, la sua aperta cordialità mi attirava. Inoltre, non mi sembrava più brutto; anzi, la gratitudine e certe dolci e gradevoli associazioni d’idee facevano sì che nulla mi piacesse più del suo volto.»

Libera interpretazione di Jane per opera del padrone: «“Quando la guardo, invidio la pace del suo spirito, il candore della sua coscienza, il suo passato senza macchia. Un passato senza macchia, bambina, dev’essere un tesoro prezioso, una sorgente di serenità ristoratrice.», «“[…] Sappia che nel corso della sua vita, lei si sentirà eletta a involontaria confidente di molti segreti: le persone che incontrerà si accorgeranno, come io mi sono accorto, che lei non è fatta per parlare di sé, ma per ascoltare gli altri. Lei sa consolare, ascoltando”», « “Lei non ride mai, signorina Eyre? Vedo che lei ride raramente ma può ridere con gaiezza. La disciplina di Lowood la domina ancora, quella disciplina che ha indurito la sua fisionomia, soffocata la sua voce, calmato i suoi gesti. […]”»

L’ombra del mistero: «Ad un tratto mi percosse qualcosa di terrificante: era un riso diabolico, soffocato e profondo […] D’improvviso mi colpì un acre odore di fumo che stagnava nel corridoio […] vidi lingue di fuoco salire dal letto mentre le cortine crepitavano, ardendo.», «[…] l’immenso silenzio fu lacerato da un suono acuto, stridulo, selvaggio, che echeggiò da un angolo all’altro della villa.», «[…] la iena vestita da donna si alzò […] La pazza lanciò un altro urlo e spostando dal viso le ciocche scomposte fissò i visitatori con uno sguardo venato di sangue. […] “Ecco”, disse infine Rochester, volgendosi verso di noi, “questa è mia moglie […]”»

Il riscatto affettivo…: «“Quindi lei, Diana e Mary siete i miei primi cugini. Abbiamo metà dello stesso sangue nelle vene!” […] Lo guardavo e mi pareva di aver trovato un fratello, di cui potevo essere orgogliosa e che potevo amare; due sorelle che, con le loro qualità, mi avevano ispirato un affetto sincero e una profonda ammirazione. “Oh, sono felice… felice!”»

e… l’alba nuova di Jane Rochester: «“Io sono indipendente, e sono padrona del mio tempo, della mia libertà!” […] Sorgeva già l’alba, e mi sembrava ancora di galleggiare su un mare azzurro ma agitato, sballottata e sospinta da torbidi risucchi e da onde chiare. Al di là, sull’altra riva, mi parve di intravedere lui.»

(db)


 

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